Urashima Taro, una storia giapponese

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Una vecchia leggenda giapponese narra di Urashima Taro, un giovane pescatore noto nel villaggio in cui viveva per la sua umiltà e generosità. Un giorno, sulla spiaggia dove solitamente andava a pescare, Urashima notò alcuni ragazzi che giocavano a torturare una povera tartaruga. Il pescatore, mosso a compassione per la debole creatura e indignato dal comportamento dei giovani, si arrabbiò con loro e li ammonì sul loro comportamento bieco e cattivo. 

Il giorno successivo Urashima uscì in mare come tutte le mattine. Il pescatore si sentiva stranamente felice e non poteva fare a meno di immaginare quanto sarebbe stato bello avere migliaia di anni da vivere come la tartaruga che aveva salvato il giorno prima, piuttosto che il breve tempo di una vita umana. Mentre era assorto in questi pensieri Urashima si meravigliò nel sentire pronunciare il suo nome e nello scoprire che era la stessa tartaruga a farlo. Questa annunciò al giovane pescatore che in cambio della sua gentilezza e della sua bontà d’animo, il Re del Mare gli offriva la possibilità di visitare il suo regno sommerso in fondo al mare. Urashima accettò volentieri l’invito della magica creatura. 

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Una volta a palazzo, Urashima ammirò le meraviglie dei fondali del mare e le splendide creature che vi abitavano. Qui conobbe la bellissima Otohime, la principessa figlia del Re del Mare che altri non era che la tartaruga che Urashima aveva salvato. I due giovani si innamorarono perdutamente l’uno dell’altra e a breve si sposarono. Urashima era molto felice. Trascorreva il suo tempo ad ammirare le bellezze del palazzo, dei suoi giardini e a vivere ogni giorno nuove gioie e nuove meraviglie. La sua felicità era così grande che presto dimenticò tutto, persino la sua casa, i suoi genitori, il suo paese. Trascorsero tre giorni senza che pensasse a ciò che aveva perduto. 

Dopo tre giorni, però, Urashima si ricordò chi fosse e si rese conto che non apparteneva a quel mondo e a quel meraviglioso palazzo. Chissà cosa era successo a casa sua nel frattempo! I suoi genitori e i suoi amici stavano bene? Tormentato dal senso di colpa e da una grande preoccupazione, il giovane, pur al colmo della sua felicità, disse alla sua sposa che sentiva la necessità di tornare a casa sua, nella sua terra, dalla sua famiglia. La principessa, triste nel cuore, lo implorò di rimanere un altro giorno ma Urashima le chiese di lasciarlo andare, di permettergli di andare a sincerarsi che i suoi vecchi genitori stessero bene.

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Le promise, però, che sarebbe tornato. Otohime si arrese di fronte alla determinazione di Urashima e gli disse che lo avrebbe fatto riportare subito a casa sua. Prima di partire gli diede un ultimo regalo, un pegno d’amore, una scatola chiusa, ammonendolo di non aprirla se non al suo ritorno presso il palazzo del Dio del Mare. Se la avesse aperta, qualcosa di tremendo gli sarebbe accaduto. Urashima, incuriosito, accettò il regalo della principessa, promettendo che mai e poi mai avrebbe aperto la scatola. Subito dopo partì. Di nuovo sulla spiaggia dove era solito andare per uscire in mare a pescare, Urashima si incamminò verso casa sua, ma con sua grande sorpresa si rese conto di non conoscere le persone che incontrava man mano che avanzava lungo la strada. Quando arrivò a casa dei suoi genitori, scoprì che loro non abitavano più li. Urashima, preoccupato, chiese ad un passante cosa fosse successo e si presentò come Urashima Taro. L’uomo rise e gli disse di non prenderlo in giro, e che quella di Urashima Taro, scomparso nel nulla improvvisamente, era solo una vecchia leggenda accaduta trecento anni prima. Il giovane pescatore, disorientato e confuso, si lasciò prendere dalla disperazione. Rimase in piedi a guardarsi attorno e osservò che, in effetti, qualcosa nell’aspetto dell’ambiente era diverso rispetto a quanto ricordava prima della sua partenza e lo assalì la brutta sensazione che quanto stava dicendo l’uomo fosse vero. Gli sembrò di vivere in uno strano sogno. I pochi giorni trascorsi nel palazzo del Re del Mare al di là delle acque non erano stati affatto giorni: al contrario erano trascorsi ben trecento anni e nel frattempo i suoi genitori erano morti, insieme a tutte le persone che aveva conosciuto, e il villaggio aveva cancellato la sua storia. Non c’era senso a rimanere lì più a lungo. Doveva tornare dalla sua bella moglie al di là del mare. Urashima, portando tra le mani la scatola che la principessa gli aveva donato, tornò sulla spiaggia ma si rese conto che non conosceva la via per tornare nel Palazzo del Dio del Mare. Sopraffatto dalla tristezza per aver perso tutto ciò che di più caro aveva, si convinse che la scatola potesse contenere qualcosa che lo avrebbe aiutato a ritornare dalla bella Otohime e, nonostante l’ammonimento di questa a non aprirlo, decise comunque di vedere cosa contenesse. 

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Lentamente, molto lentamente, slegò la corda di seta rossa e con curiosità sollevò il coperchio della preziosa scatola. Come per magia, dalla scatola uscì solo una bella nuvola viola in tre sbuffi leggeri. Per un istante ricoprì la sua faccia ed esitò sopra di lui e poi fluttuò via sopra il mare.

Urashima, che fino a quel momento era stato un forte e bel giovane di ventiquattro anni, improvvisamente divenne molto, molto vecchio. La sua schiena raddoppiò in età, i suoi capelli divennero bianchi come la neve, il suo viso rugoso e cadde morto sulla spiaggia.

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Molte interpretazioni sono state date di questa antica leggenda giapponese, spesso raccontata ai bambini per insegnar loro una morale. Secondo alcune, in linea con il concetto orientale del karma, Urashima viene ricompensato con un bellissimo regalo quando salva la tartaruga dal suo triste destino e viene punito con un triste destino quando disobbedisce alla sua sposa. Altri sostengono che Urashima non sia stato in grado di godere del bello che la vita gli stava offrendo in un preciso istante, di un dono, di un regalo che avrebbe dovuto tenere stretto a sé, senza rimpianti per ciò che aveva perso e con la speranza e la fiducia nel cuore per ciò che di inatteso la vita gli stava offrendo. Secondo altre interpretazioni, Urashima non avrebbe dovuto seguire la tartaruga nelle profondità del mare. Gli animali non parlano nella realtà e Urashima avrebbe dovuto sospettare che quello potesse essere un inganno, la pura illusione di una vita felice e meravigliosa, senza pene né sofferenza.

Nella mitologia buddhista il mare divide la vita dalla morte. Gli esseri umani, dopo la morte attraversano un fiume da una riva all’altra e una volta raggiunta quella opposta, la vita, intesa come la nostra realtà, non è più. 

Ognuno di noi può e deve dare a questa storia l’interpretazione che più sente sua, in relazione al suo sentire, al suo insight

Mi piace pensare, tra questi significati e altri che si possano attribuire a questa leggenda , che uno risieda in un messaggio diverso. Che fossimo tutti più capaci di aspettare il tempo giusto, lo spazio giusto, il modo giusto, nel rispetto di quello che più giusto è per le persone che ci circondano, forse. Rispettare i limiti che la natura stessa delle persone, delle cose e degli eventi ci impone, avere l’umiltà di non travalicare i muri che spesso sono eretti per proteggere, per arginare, fosse anche per chiudere momentaneamente uno spazio proprio al di qua di esso. Essere consapevoli che, quand’anche si decidesse di andare oltre questi punti fermi imposti, è necessario assumersi la responsabilità delle conseguenze che ne potrebbero derivare. Accettare che la vita regala rapidamente tutto ciò che di più bello possa esistere o anche solo essere immaginato e che, per un’azione distratta e poco valutata, fosse anche compiuta in un momento di grande sconforto e disperazione come nel caso di Urashima, la vita altrettanto rapidamente tutto toglie e trasforma in ciò che di più brutto esista, e che spesso non si riesce a concepire. 

Un vecchio detto giapponese recita: なんくるないさ. Nankurunaisa. Tutto passa. 

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