CULTURE SHOCK II

Tuttavia, sostiene Oberg, questo atteggiamento non durerebbe a lungo se il visitatore straniero restasse nel paese ospitante e dovesse iniziare seriamente a resistere alle condizioni reali della vita. È a questo punto che inizia la seconda fase del culture shock, caratterizzata da un atteggiamento ostile e aggressivo nei confronti del paese ospitante.

SIGNAL CRISIS

La fase di ostilità nei confronti del paese ospitante, continua Oberg, progredisce man mano che l’individuo sperimenta le difficoltà che si succedono nel processo di adattamento. I problemi e gli ostacoli possono riguardare tutti gli aspetti della vita: la scuola, il lavoro, le relazioni personali, la lingua, la ricerca di una casa, i trasporti pubblici, fare la spesa e il fatto che gli abitanti del paese ospitante sembrano tutti inesorabilmente indifferenti a queste difficoltà. Nonostante il loro aiuto, sembrano proprio non comprendere la grande pensa con cui gli stranieri affrontano queste difficoltà e poiché appaiano insensibili al loro dolore e alla loro preoccupazione gli stranieri tendono a disprezzarli, a diventare maldisposti nei loro confronti, critici e poco socievoli e ad aggregarsi con i propri connazionali per continuare a coltivare le proprie abitudini e parlare la stessa loro lingua. Questo criticismo e questo atteggiamento dispregiativo non è certo il frutto di una analisi del sistema socio-culturale del paese ospitante e delle condizioni storiche che lo hanno creato, pertanto, lo straniero tende a sottintendere che i suoi problemi e le sue difficoltà sono generate dal paese ospitante e dalle persone che ci vivono, come fossero atti intenzionali e volontari. Confrontandosi con i propri connazionali, sui quali si riversano e attraverso i quali si amplificano le emozioni di questa natura, queste critiche si trasformano ben presto in stereotipi. L’uso di stereotipi può alleviare la pena di uno straniero che soffra gravemente del culture shock, ma, come sappiamo, non portano certamente ad una comprensione del paese ospitante, della sua cultura e della sua gente. Questa fase è descritta da Oberg come una crisi della sindrome, uno step molto critico che decide le sorti del soggiorno all’estero. Superata questa crisi, lo straniero sarà in grado di restare, altrimenti abbandonerà il paese prima di avere un vero e proprio tracollo nervoso. 

Oberg sostiene che quando lo straniero inizi a imparare la lingua del posto e a orientarsi per la città da solo, stia cominciando ad adattarsi al nuovo ambiente culturale. Continua a vivere le difficoltà quotidiane ma il suo atteggiamento diventa più tollerante nei confronti di queste. Generalmente in questa fase, continua lo studioso nel suo articolo, il visitatore straniero assume un atteggiamento di superiorità nei confronti delle persone del posto. Il suo senso dell’umorismo inizia a manifestarsi e invece di criticarle, scherza con le persone, anche sulle sue stesse difficoltà. Lo straniero, sostiene Oberg, si sta avviando alla fase della guarigione, facilitata a volte dal fatto di dover aiutare un connazionale, probabilmente appena arrivato, e al quale parlare e dare suggerimenti con una certa sicurezza sul nuovo ambiente cui adattarsi. Nella quarta fase, il processo di adattamento è quasi completo e lo straniero accetta le abitudini del paese ospitante come un modo diverso di vivere, si orienta nel nuovo ambiente senza sentire più ansia, nonostante continuino i momenti di difficoltà. Per un lungo period di tempo, l’individuo, scrive Oberg, sarà in grado di comprendere la lingua del posto anche se non ssi sentirà assolutamente certo di ciò che le persone intendano significare, ma con un adattamento completo, il visittaore, l’espatriato inizierà ad accettare il cibo, le abitudini e, poi, ad apprezzarle. In occasione di un viaggio di ritorno a casa, l’espatriato vuole portare con sé delle cose tipiche del paese ospitante e potrebbe addirittura sentire nostalgia per il paese ospitante e le persone alle quali si è nel frattempo abituato. 

A questo punto del suo articolo, Oberg si sofferma a sottolineare che le difficoltà che il visitatore sperimenta sono reali. Se un individuo arriva in un paese tropicale da un paese temperato, potrebbe soffrire con una grande probabilità. Di disturbi intestinali e quando le problematiche fisiche si aggiungono a quelle che sorgono dall’incomunicabilità, per via della non conoscenza della lingua del posto, e dalle incertezze che derivano dalle abitudini straniere, le frustrazioni che ne conseguono sono incomprensibili. Nel tempo, tuttavia, sostiene Oberg, l’individuo si adatta anche alle difficoltà oggettive. In breve, l’ambiente non cambia, ma ciò che muta e si evolve è l’atteggiamento del visitatore straniero nei suoi confronti. L’individuo non riscontra più le diversità del posto come difficoltà, non si scoraggia e non riversa la sua rabbia sulle persone del paese ospitante. Un alto aspetto importante, sottolinea Oberg, è l’atteggiamento degli altri nei confronti di coloro che soffrono dello shock culturale. Se una persona nuova del posto ha un atteggiamento frustrato e aggressivo nei confronti del paese ospitante, le persone del posto potrebbero rispondere con la stessa ostilità fino all’evitamento, e ai connazionali che nel frattempo si sono ormai adattati, l’espatriato diventa in qualche caso un problema. Se il nuovo arrivato si sente debole di fronte alle persone del paese ospitante, l’individuo tende a desiderare sempre la vicinanza dei suoi connazionali, fino a diventarne dipendente in modo assoluto. Di questi alcuni saranno solidai, altri no, alcuni comprenderanno le difficoltà, altri cercheranno di evitare il nuovo arrivato. Il problema, sottolineava Oberg, è che il culture shock non è un fenomeno ancora poco studiato in maniera sufficiente per aiutare le persone che si trasferiscono in un altro paese. In generale, Oberg sostiene che fino a quando un individuo non ha raggiunto un adattamento soddisfacente, non è in grado di svolgere completamente le mansioni che il suo ruolo di lavoratore e/o di individuo membro di una comunità gli richiede. 

Nel tentativo di superare il culture shock, sostiene Oberg, val la pena avere qualche nozione sulla natura della cultura e sulla sua relazione con l’individuo. Oltre al fatto di vivere in un ambiente fisico, un individuo vive in un ambient culturale che consiste di oggetti concreti, istituzioni sociali, idee e convinzioni. Le persone non nascono con una data cultura, ma con la capacità di imparane una e di utilizzarla. Non c’è nulla in un bambino appena nato che imponga che debba parlare il portoghese, inglese o una qualsiasi altra lingua né che debba, mangiare con le posate o usare le bacchette. Questi sono aspetti che il bambino imparerà in relazione all’ambiente culturale in cui nasce e gli stessi genitori non sono responsabili della cultura che trasmettono ai loro figli, giacché la cultura di ogni individuo è il frutto della storia e si costruisce attraverso il tempo percorrendo dei processi che, per quanto l’individuo sia coinvolto, vanno oltre la sua consapevolezza. È tramite la cultura che i giovani imparano ad adattarsi a un ambiente fisico e alle persone che vi vivono, e proprio i giovani adolescenti spesso riscontrano delle difficoltà in questo processo di adattamento. Una volta appresa, la propria cultura diventa un luogo sicuro, un rifugio, un modo del tutto automatico di orientarsi nell’ambiente in cui si vive e come tale essa stessa diventa un valore. Gli individui accettano, anche inconsapevolmente, la loro cultura come l’unica modalità attraverso cui operare e relazionarsi con gli altri e, sostiene Oberg, questo è assolutamente comprensibile e normale. Egli lo chiama etnocentrismo, la convinzione che la propria cultura, e quindi la propria razza e la propria nazione formino o siano il centro del mondo. Gli individui si identificano nel proprio gruppo di appartenenza e alle sue modalità operative fino al punto che ogni commento critico viene considerato un’offesa all’individuo come a gruppo. Questo atteggiamento, continua Oberg, è accompagnato dalla tendenza di attribuire a tutti gli individui le caratteristiche che si riscontrano a livello nazionale. Per esempio, se un americano fa qualcosa di strano o antisociale in un paese straniero, una volta a casa, questo atto diventa una peculiarità nazionale e il suo comportamento viene considerato non soggettivo e personale ma perché americano. La censura arriva quindi nei confronti non solo dell’individuo, ma dell’intero paese. L’etnocentrismo è una caratteristica di tutti i gruppi nazionali e anche se cittadino critica alcuni aspetti della sua cultura, lo straniero dovrebbe ascoltare ma senza intromettersi nella critica. 

continua…CULTURE SHOCK III

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