IL TEMPO CHE RESTA
Vivere dopo la malattia non significa tornare indietro, ma abitare un tempo nuovo, fragile e vigile.
Cinque anni fa ero malata di cancro.
Lo scrivo così, senza attenuazioni, e senza attenuanti. È una frase che appartiene al passato, ma che non ha mai lasciato del tutto il mio corpo. Cinque anni sono sufficienti per affermare che la malattia non c’è più, ma non lo sono per fingere che non abbia inciso in profondità, lasciando segni che non si cancellano con il tempo.
Oggi non sono più malata. Il tempo che abito, tuttavia, non coincide con un ritorno, né con ciò che comunemente possa definirsi una rinascita. È una condizione sospesa, al tempo stesso stabile e precaria, uno spazio che ho dovuto costruire con disciplina e attenzione per non scivolare subdolamente verso la sensazione di vittimismo, che nascerebbe spontanea senza averne concepito l’esistenza. Non perché io non sia debole, ma perché conosco il rischio insito in una fragilità priva di contenimento: quello di trasformarsi in una forma di resa.
Convivo con un corpo che non ammette distrazioni. I controlli regolari, la sorveglianza costante, l’attenzione al minimo segnale fanno parte della mia quotidianità. Non si tratta di una paura permanente, quanto di una presenza vigile e continua. Un’attenzione che diventa abitudine, che affatica, che irrigidisce, che impone una postura mentale di costante allerta. Questo indurimento è il prezzo che pago per restare lucida. Non lo idealizzo, ma ne riconosco la funzione.
Sento la rabbia. Non è cieca né distruttiva, ma fredda, razionale, organizzata. È un’insofferenza che nasce dalla consapevolezza di ciò che resta dopo la malattia: un corpo che non torna neutro, una vita che non riprende esattamente dal punto in cui si era interrotta, una narrazione collettiva che si arresta alla parola “guarigione”, ignorando ciò che segue. È una rabbia che impiego per lavorare meglio, per essere più esigente, per non accettare approssimazioni. Non si manifesta nel clamore. Si traduce in continuità.
Avverto la stanchezza. Non è solo fatica fisica, quanto la spossatezza e l’affanno emotivo di deve mantenere un equilibrio rigido per non cedere. Di chi sa che lasciarsi andare eccessivamente significa rischiare di scivolare in una forma di autocommiserazione che non salva, non cura, e non restituisce dignità. Questa usura non reclama ascolto pubblico e si concede spazio la sera, prima del sonno, quando posso abbassare la guardia senza dover rendere conto a nessuno.
Il futuro, per me, ha perso trasparenza. Non riesco a vederlo né come promessa né come minaccia. Non progetto a lungo termine, non per superstizione, ma per una reale difficoltà di immaginazione. Dopo aver convissuto a lungo con l’idea della fine, il futuro si è rarefatto. Per questo ho imparato a restare nell’attimo, a non investire eccessivamente in ciò che verrà. Non è incoscienza: è una forma di economia vitale. Vivo ciò che è, senza accumulare promesse.
La morte mi accompagna. Non come una minaccia costante, ma come una presenza riconosciuta. L’ho incontrata da vicino. Mi ha sottratto illusioni e in cambio del tempo che mi ha restituito, non faccio più finta di ignorarne l’esistenza. Non la sfido e non la romanticizzo, ma seppur sprezzante ne riconosco la presenza e le concedo che lo spazio che mi chiede per non restare invisibile. So che nulla è per sempre: né la paura, né il dolore, né la vita stessa.
Questa consapevolezza non mi rende cupa. Mi ha tolto, piuttosto, l’abitudine alla menzogna, per cominciare nei confronti di me stessa. Da qui nasce un’onestà che non rivendico come virtù, ma che riconosco come necessità: sapere cosa posso sostenere, cosa posso offrire, cosa non intendo promettere. È un’onestà che porto con me, anche quando spiazza, anche quando risulta scomoda.
Vivo così. Con una rabbia che costruisce, una stanchezza che contengo, una fragilità che proteggo e una morte che non nego. Abito il presente non per eroismo, ma per necessità. Non so cosa verrà, e non fingo di saperlo. So soltanto che questo tempo, ora, mi appartiene. E ho scelto di attraversarlo senza illusioni, senza sconti, senza voltarmi dall’altra parte.
