Non ti svelo un segreto

Ognun* di noi ne ha almeno uno. Il segreto è tenerlo segreto affinché non perda di significato. 

L’italiano segreto deriva dalla voce dotte latina secretum, participio passato di secernere, “separare”. Dante lo definiva come “ciò che si tiene celato nel proprio animo senza rivelarlo a nessuno; ciò che è conosciuto da pochi e non deve essere rivelato ad altri”. 

Il segreto è l’inespresso, ciò che non possiamo rivelare ad altr* né divulgare o diffondere affinché rimanga dentro di noi, custodito nelle profondità del nostro animo. Il segreto va tenuto separato dal resto del mondo, da ciò che sta fuori di noi, perché solo noi lo si possa conoscere e solo a noi sia data facoltà di goderne o di penarne. 

Può essere inconfessabile, nascosto, oppure misterioso come implicito nel tedesco Geheimnis. Può essere tradito se confidato a qualcun*. Se sussurrato, rivelato e affidato, qualcun* può diventarne depositari* e custode, ma deve essere persona verso cui si nutra grande e inestimabile fiducia, raro a realizzarsi. Può diventare un peso sulla coscienza, quando nasconda una verità inconfessabile e di natura che si percepisca come maligna. Può essere un mistero a noi stessi, di cui si renda necessario trovarne la chiave per far luce e trovare pace. Può mascherarsi da Pulcinella se non riusciamo a tenere fede a noi stessi e alla denotazione della parola. Il giapponese himitsu (秘 密) ha una connotazione affascinante, poiché indica qualcosa di denso e spesso ma anche intimo e degno di cura e attenzione. Il sanscrito rahasya (रहस्य) allude al mistero, all’esoterico, a qualcosa di misterioso e accessibile a pochi. 

In psicologia il segreto assume una valenza terapeutica complessa per la sua duplice natura, protettiva e lesiva, nelle configurazioni delle relazioni con il mondo esterno. Il segreto è funzionale, più o meno consapevolmente, alla strutturazione delle relazioni interpersonali caratterizzate da alcuni diktat tra cui risulta la difesa contro l’intrusione. 

Rivelare un segreto è offrire all’esterno una parte di noi, senza avere la minima cognizione di ciò che con esso verrà fatto. Confidare un segreto è mettere nelle mani dell’altr* una parte di noi, della nostra anima, e correre il rischio che questo pezzetto vada perduto, manomesso, compromesso, danneggiato. Per queste ragioni, il segreto non va divulgato, ma tenuto ignorato, appartato, sconosciuto a tutt*, custodito solo da noi. 

La separazione è la natura del segreto. Esso è sinonimo di paura di condividere gli aspetti e i fatti più intimi e oscuri che ci costituiscono e ci danno forma, ma, d’altro canto, il segreto rispecchia il valore di qualcosa di noi che valutiamo elevato, prezioso e per questo innominabile. 

Il segreto è inconfessabile, non per astio o per ostilità, ma per proteggere e magnificare la parte più intima che ci alberga. Il segreto non va detto. Su di esso vige il sigillo del silenzio. 

Tu nol consoci ancora; oh! Tutto ancora 

Non tel mostrai: tu eri mio: secura

Nel mio gaudio io tacea; né tutta mai 

Questo labbro pudico osato avria 

Dirti l’ebrezza del mio cor segreto.

Alessandro Manzoni, L’Adelchi

Ermengarda invita al segreto, ovvero al silenzio. È un silenzio colmo di passione, di alto valore e i nostri sentimenti più elevati vanno tenuti segreti poiché i nostri affetti più forti sono quelli che non si possono esprimere con parole. Nel silenzio Ermengarda deposita l’ebbrezza del suo cor segreto poiché l’espressione lo profanerebbe. 

Il segreto ha obbligo di rimanere silente, inespresso, taciuto, affinché sia vivo, innocuo, protetto. 

Sarai per sempre il mio segreto e ti proteggerò col mio silenzio. 

Lascia un commento