RESTO CON TE

Sono seduta tra le piante e non so che giorno è. I grandi sanno sempre che giorno è: sanno l’ora, quando bisogna mangiare, quando bisogna andare, quando è tardi. Io so soltanto che sono qui. Indosso un vestito a fiori che detesto, ma da sola non posso decidere ancora nulla, nemmeno come vestirmi. Le foglie mi arrivano quasi alle mani, dietro di me c’è un muro caldo e vicino c’è un vaso molto grande. 

Qualcuno mi guarda attraverso una macchina fotografica, io guardo indietro ma non sorrido; forse avrebbero voluto che sorridessi, perché i bambini nelle fotografie dovrebbero sorridere. Io, invece, sto guardando. È una cosa che faccio spesso: guardo per capire le facce, le voci, il rumore dei passi. Imparo presto che ci sono cose che cambiano prima ancora che qualcuno le dica e che, per accorgersene, basta stare attenti. Io sto attenta. Non so ancora che questa capacità mi accompagnerà per molto tempo, né che un giorno saprò accorgermi di una distanza prima che venga pronunciata, di una porta che si sta chiudendo prima di sentirne il rumore. Adesso non conosco parole così difficili; conosco soltanto la sensazione.

Passano molti anni, ma io non li vedo passare. Per me il tempo è strano: a volte rimango piccola mentre lei cresce. La vedo diventare ragazza e poi donna, imparare moltissime cose, studiare parole che io non conosco, leggere libri, imparare altre lingue, lavorare, diventare madre. La guardo prendersi cura di tutti ed è molto brava. Qualche volta penso che si sia dimenticata di me e allora provo a farmi sentire. Non so parlare con la sua voce, così uso quello che ho: la paura, il bisogno, quel dolore improvviso che arriva quando qualcuno si allontana. Lei non capisce che sono io; pensa di essere sbagliata e allora si arrabbia con me.

Mi dice che dovrei essere più forte. Non lo dice ad alta voce, ma io la sento: pensa che non dovrei avere così tanto bisogno, che non dovrei aver paura, che dovrei imparare a lasciare andare e smettere di cercare qualcuno che resti. Io la ascolto e non capisco. Sono una bambina: come faccio a sapere tutte queste cose? Vorrei dirle che non sto cercando di rovinarle la vita, che non voglio renderla fragile né farla soffrire. Quando mi aggrappo è perché ho paura; quando chiedo di essere scelta è perché, per me, essere scelta significa sapere dove stare. Quando voglio che qualcuno non vada via non è perché voglio imprigionarlo, ma perché non ho ancora imparato che una persona può andarsene e io posso continuare a esistere. Lei, però, non mi sente. Per molti anni mi guarda soltanto quando faccio rumore.

Io, però, vedo tutto. Vedo le volte in cui è felice, e quelle mi piacciono. Quando ride davvero, io rido con lei; quando qualcuno la guarda e lei si sente bellissima, mi avvicino. Quando si innamora, arrivo subito. L’amore mi piace: è caldo e fa sembrare il mondo un posto nel quale finalmente possiamo smettere di stare attente. Quando lei ama, per un po’ penso sempre che sia arrivato qualcuno che potrà occuparsi di noi, qualcuno che dirà: adesso potete riposare. Allora esco dal mio nascondiglio, mi avvicino e mi fido. È questo che lei qualche volta non capisce: non torno quando l’amore finisce, torno quando comincia, perché è quando qualcuno entra davvero che io ho più paura che possa uscire.

La vedo consegnare pezzi di sé, con cautela all’inizio e poi sempre di più. La vedo parlare, raccontare, mostrare cose che tiene nascoste; la vedo felice di essere capita e io sono felice con lei. Quando qualcuno la vede davvero, per un momento penso che abbia visto anche me e allora vorrei avvicinarmi ancora. «Resta», penso. «Resta qui. Non andare via adesso che sai dove siamo.» Lei qualche volta pronuncia quelle parole in modi diversi: chiede spiegazioni, cerca conferme, aspetta, comprende, perdona e torna a comprendere. È bravissima a capire gli altri, talmente brava che qualche volta non sente più me. Allora devo fare più rumore.

Ci sono momenti nei quali vorrei tirarle il vestito, come fanno i bambini quando gli adulti parlano tra loro e non li ascoltano. Vorrei dirle: «Guardami. Sono qui. Fa male. Non importa perché l’altro lo ha fatto, non importa quanto sia complicato, non importa se anche lui soffre. Io sto male. Guardami.» Ma lei continua a pensare, analizza, ricostruisce, cerca il punto di vista dell’altro. È il suo modo di tenere insieme le cose. Io, invece, non so tenere insieme niente: sono una bambina e so soltanto che fa male.

Poi succede qualcosa, anche se non so dire quando. Un giorno lei arriva. Non come arrivano gli altri: non entra facendo rumore e non mi promette niente. Si siede vicino a me e io la guardo. È molto più grande di quanto pensassi, ha il viso stanco e ci sono cose nei suoi occhi che io non conosco. Per un momento ho paura anche di lei, perché so che è stata arrabbiata con me, che avrebbe voluto che sparissi e che per molto tempo mi ha considerata la causa di cose che non riusciva a controllare. Ma questa volta non mi dice di alzarmi, non mi dice di smettere, non mi dice che sono troppo. Resta seduta. È strano: sono abituata a pensare che, se qualcuno resta, io debba fare qualcosa per meritarmelo. Essere buona, interessante, bella; non piangere troppo, non chiedere troppo, non avere troppa paura. Lei, invece, non mi chiede niente. Così aspetto.

Torna ancora. Non sempre: all’inizio si dimentica, poi ricorda. Ogni volta si siede un po’ più vicino e un giorno mi tende la mano. Io non gliela do subito; deve aspettare, perché anche io posso decidere. Lei sembra capirlo e tiene la sua mano lì, aperta. Alla fine metto la mia dentro la sua. È calda.

Da quel momento comincio a osservarla diversamente e scopro che non è venuta a salvarmi. All’inizio mi dispiace, perché pensavo che gli adulti servissero a questo. Poi capisco che salvarmi significherebbe portarmi via da tutto, e io non voglio andare via da tutto. Ci sono molte cose che mi piacciono. Voglio ridere, correre, innamorarmi attraverso di lei; voglio vedere i posti che vedrà, sentire il mare, conoscere i libri che amerà, vedere i suoi figli. Voglio stare nell’acqua quando nuota e sentire quel momento in cui il corpo diventa leggero. Voglio ancora sorprendermi. Non voglio essere protetta dalla vita: voglio essere protetta mentre vivo. Forse è questo che cercavo di dirle da sempre.

Lei comincia a capirlo. Quando qualcuno si allontana e io mi agito, non mi sgrida più; quando vorrei corrergli dietro, lei mi prende. A volte mi arrabbio moltissimo e le dico che non capisce, che questa volta è diverso, che questa persona ci ama, che se aspettiamo ancora un po’, se spieghiamo meglio, se siamo abbastanza pazienti, forse resterà. Lei non ride di me e non mi dice che sono ingenua: mi stringe e, qualche volta, dice no. Odio i suoi no, almeno all’inizio. Poi scopro che non sono porte chiuse davanti a me, ma muri costruiti alle mie spalle perché io non cada.

Una volta le chiedo se qualcuno ci amerà abbastanza da non andare mai via. Lei rimane in silenzio e io vorrei una risposta diversa: vorrei che dicesse sì, che mi raccontasse che da qualche parte esiste una persona che arriverà e sistemerà tutto. Invece dice che non lo sa. Mi arrabbio: che razza di adulta è una che non sa? Poi aggiunge che gli altri sono liberi. Possono restare o andare, possono amarci e non riuscire a stare con noi, possono promettere e cambiare, possono persino farci male senza avere smesso di amarci. Io non capisco, perché l’amore dovrebbe essere più semplice. Lei dice che anche lei lo ha pensato. Poi mi dice la cosa che cambia tutto: se qualcuno andrà via, lei resterà.

All’inizio non le credo. Le persone dicono molte cose quando vogliono calmare un bambino, così la metto alla prova. Torno nei momenti peggiori, la sveglio quando è stanca, le faccio sentire mancanze enormi. Le metto davanti ricordi bellissimi proprio quando sta cercando di andare avanti, le faccio desiderare di tornare indietro, le faccio aprire una porta soltanto per controllare se qualcuno è dall’altra parte. Lei qualche volta cede, qualche volta sbaglia, qualche volta corre con me. Ma poi torna. Questo è nuovo: torna sempre. Non mi lascia da sola con la vergogna di avere avuto bisogno, non mi dice: «Hai visto? Hai sbagliato ancora.» Si siede, aspetta e mi prende la mano. Piano piano comincio a crederle.

Adesso so riconoscerla. È la donna della fotografia che non esiste ancora, mentre io sono la bambina della fotografia che lei continua a portare dentro. Siamo la stessa persona e non lo siamo. Lei conosce il futuro che io ignoro; io conosco cose di lei che qualche volta dimentica. So quando ha paura anche se parla con voce ferma, quando sta fingendo di essere ragionevole perché la verità fa troppo male, quando vuole essere scelta, quando vorrebbe smettere di essere forte. So anche quando ama ancora qualcuno che ha deciso di non inseguire. Non la giudico: come potrei? Per anni ho avuto paura che fosse lei a giudicare me. Adesso abbiamo smesso entrambe.

Ogni tanto torniamo nel giardino. Il muro è sempre lì, insieme al vaso, alle piante e al vestito a fiori. Non so se quel posto esista ancora davvero, ma non importa: è il nostro posto. Lei si siede accanto a me e a volte non parliamo. Mi piace quando non parla; gli adulti spiegano troppo. Io appoggio la testa contro di lei e non le chiedo più se qualcuno verrà a prenderci, perché ho capito che la domanda era sbagliata. Le chiedo dove andiamo. Lei guarda davanti a sé e dice che non lo sa. Questa volta sorrido. Non sapere non mi fa più così paura, perché finalmente ho capito una cosa: lei non conosce la strada, ma conosce me. Quando ci alziamo, si alza anche lei; non cammina davanti trascinandomi e non cammina dietro per controllarmi. Mi tiene per mano.

Io sono ancora piccola e lei non deve più perdonarmi per questo; io, invece, non devo più diventare grande per meritare di essere portata con lei. Così usciamo dalla fotografia, non per cancellarla o lasciarla alle spalle, ma per portarla con noi. Io porto lei e lei porta me. Mentre camminiamo penso che forse crescere non significa diventare qualcun altro; forse significa soltanto riuscire, un giorno, a tornare a prendere per mano chi siamo sempre stati. Io l’ho aspettata a lungo. Adesso è qui e, questa volta, non ho bisogno di chiederle di restare.

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