LA LEGGENDA DEL DRAGO NERO
Il drago arrivò quando lei era stanca. Non quando era pronta. Non quando aveva finalmente capito tutto, né quando il dolore aveva smesso di fare male. Arrivò proprio mentre dentro di lei ogni cosa continuava a contraddirne un’altra.
C’era la rabbia. Una rabbia feroce, a tratti persino scomposta. La rabbia di chi si sente ferito proprio nei luoghi che aveva consegnato all’altro perché li credeva al sicuro. La rabbia di chi avrebbe voluto gridare contro un sopruso, di chi avrebbe voluto una spiegazione diversa, un’altra conclusione, forse soltanto il riconoscimento esatto della propria ferita.
C’era il dolore. Quello non gridava ma si presentava puntuale con ferocia. In una strada percorsa troppe volte. In una macchina intravista. Nel profilo di qualcuno visto da lontano. In un odore che arrivava senza essere stato invitato. Nella memoria improvvisa di una mano, di una risata, di una sigaretta fumata insieme. Il dolore aveva una precisione spaventosa.
E infine c’era l’amore e quello era il problema. Perché l’amore era ancora dolce. Lei avrebbe preferito, qualche volta, che si fosse guastato. Sarebbe stato più facile. Avrebbe potuto raccogliere tutto ciò che era accaduto, chiamarlo errore e gettarlo via. Ma non ci riusciva. Perché era stata felice. Terribilmente, meravigliosamente felice. E nessuna fine riusciva a cambiare questo.
Fu allora che il drago si rivelò.
Era nero. Lungo, sottile, sinuoso. Il suo corpo sembrava incapace di procedere in linea retta. Si piegava, tornava quasi indietro, riprendeva la direzione, oscillava. Lei lo guardò a lungo. Le sembrò di riconoscere qualcosa. Non seppe cosa. Il drago invece la riconobbe immediatamente. Conosceva quella donna da molto prima che lei conoscesse lui. Aveva vissuto nascosto dentro la sua rabbia. Aveva ascoltato il dolore. Aveva osservato l’amore senza giudicarlo. Per questo sapeva tutto. Lei non gli raccontò niente. Non ce n’era bisogno. Tra loro funzionava diversamente. Il drago non parlava e lei non faceva domande ad alta voce. Eppure, quando si guardavano, qualcosa passava dall’uno all’altra. Non erano pensieri. Erano più simili a ricordi che appartenevano a entrambi. Fu così che cominciò la loro amicizia.
Sei la mia rabbia?
Il drago mosse lentamente la testa. No. Ma la conosceva. L’aveva sentita nascere. L’aveva vista attraversarle il corpo quando il dolore era diventato troppo grande per rimanere soltanto dolore. E senza pronunciare una parola le mostrò quello che aveva compreso. La rabbia non era la parte peggiore di lei. Non era qualcosa di cui vergognarsi. Era arrivata quando qualcosa dentro di lei aveva finalmente detto basta. Basta spiegare. Basta comprendere tutto. Basta cercare una ragione capace di rendere accettabile ciò che fa male. Basta concedere accesso soltanto perché si ama. Lei guardò il drago.
Allora devo tenerla?
Il drago chiuse gli occhi. Non doveva tenerne il veleno. Quello poteva lasciarlo andare. Ma il confine sì. Quello apparteneva a lei. Il drago aveva inghiottito la sua rabbia e gliela restituiva trasformata in un cerchio di fuoco invalicabile dall’esterno. Lei comprese e per la prima volta la rabbia non le sembrò qualcosa da spegnere. Le sembrò dignità.
Qualche giorno dopo fu il dolore a mettersi tra loro. Lei avrebbe voluto nasconderlo. Il drago lo sentì comunque. Si avvicinò e rimase lì.
Questo però non passa.
Il drago lo sapeva.
Mi fa ancora male.
Sapeva anche questo.
Allora non sto andando avanti.
A quel pensiero il drago aprì gli occhi. E qualcosa dentro di lei si mosse. Vide una strada e se stessa camminare. Portava qualcosa tra le braccia. Era pesante, ma continuava a camminare. Fu allora che comprese ciò che il drago stava cercando di mostrarle. Andare avanti non significava arrivare in un punto nel quale non avrebbe sentito più nulla. Non significava dimenticare. Non significava smettere di amare. E soprattutto non significava procedere diritto. Lei guardò il corpo sinuoso del drago e quasi sorrise.
Tu non vai mai diritto.
Se i draghi avessero potuto sorridere, lui lo stava facendo. No, mai. Eppure avanzava sempre.
La parte più difficile arrivò quando lei gli domandò dell’amore. Quella volta ebbe paura della risposta.
Che cosa devo farne?
Il drago rimase immobile.
È finito?
Niente.
Devo farlo finire?
Il drago allora le mostrò qualcosa. Due persone che ridevano. Una mano. Una stanza. Libri. Musica. Parole pronunciate fino a tardi. Sigarette consumate lentamente mentre il tempo sembrava essersi dimenticato di passare. Camminate. Viaggi. Desiderio. Due corpi capaci di riconoscersi. E poi quella pace. Quella sensazione quasi impossibile da spiegare di trovarsi davanti a qualcuno e, per qualche momento, non avere più bisogno di difendersi dal mondo. Lei sentì il dolore arrivare.
Basta.
Il drago continuò. Le mostrò ancora la gioia.
Basta.
Ancora. Finché lei comprese. Il drago non la stava torturando con ciò che aveva perduto. Le stava impedendo di distruggerlo. Non tutto ciò che finisce diventa falso. Non tutto ciò che fa male deve essere trasformato in un errore per poter essere lasciato andare. Lei era stata felice. Aveva amato. Era stata amata. Questo era accaduto. Nessuna conclusione avrebbe potuto far tornare indietro nel tempo e cancellare quella felicità.
Ma io lo amo ancora.
Il drago la guardò. Non sembrava sorpreso.
Non dovrei.
Questa volta arrivò qualcosa di simile a un rimprovero. Dolcissimo. Il drago non conosceva la parola dovrei. Conosceva soltanto ciò che esisteva. E quell’amore esisteva. Non aveva bisogno di essere alimentato. Non aveva bisogno di diventare attesa. Non aveva bisogno di ottenere un futuro. Poteva semplicemente essere una delle cose di cui ormai lei era fatta. Il drago prese allora la dolcezza di quell’amore e la mescolò al dolore. Lei ebbe paura che uno dei due distruggesse l’altro ma non accadde. Ne venne fuori qualcosa di diverso. Gratitudine. Non la gratitudine ingenua che rende bello anche ciò che ha ferito. Una gratitudine più difficile, perché capace di apprezzare il dolore e la felicità. Di tenere entrambe le cose. Nessuna cancellava l’altra.
Fu allora che lei cominciò davvero a capire la lingua del drago. Gli uomini dicevano o.
Il drago diceva e. Rabbia e amore. Dolore e dolcezza. Ferita e gratitudine. Perdita e vita.
Si poteva essere arrabbiati con qualcuno e continuare ad averne amato la voce. Si poteva ricordare con tenerezza chi aveva provocato un dolore enorme. Si poteva amare ancora qualcuno e non volerlo più accanto nelle condizioni in cui avrebbe potuto esserci. Si poteva desiderare una persona e scegliere di non raggiungerla. Si poteva perdere qualcosa senza perdere se stessi.
Il drago non trovava niente di contraddittorio in tutto questo. Era lei che aveva sempre cercato di mettere ordine. Il drago non metteva ordine. Mescolava. Prendeva la rabbia, il dolore e la dolcezza e li lasciava scorrere insieme dentro il suo corpo nero. Poi glieli restituiva e la rabbia diventava confine, il dolore diventava profondità, l’amore diventava memoria viva. Dal loro mescolarsi nasceva qualcosa che lei aveva cercato a lungo senza sapere come chiamarlo. Dignità. La dignità di essere stata viva.
Una notte lei osservò il drago a lungo.
Sei lui?
Era una domanda che aveva evitato. Il drago sollevò la testa. Per qualche ragione lei ebbe l’impressione che stesse ridendo.
Hai qualcosa di lui.
Il drago non lo negò. C’era qualcosa nella sua forma lunga, sottile, nel modo in cui sembrava ondeggiare persino quando era fermo. Sì. Qualcosa c’era.
Allora sei un modo per tenerlo con me.
Il drago diventò improvvisamente serio. No. Quella risposta lei la sentì chiaramente. No. Il drago non era venuto per permetterle di trattenere qualcuno. Era venuto per restare accanto a lei. Era diverso. Le persone potevano lasciare tracce. Alcune così profonde da modificare per sempre la geografia di un essere umano. Lui poteva aver contribuito alla nascita del drago. Non per questo il drago gli apparteneva. Il drago era suo.
E se un giorno guardandoti non penserò più a lui?
Il drago non rispose.
E se invece ci penserò sempre?
Ancora silenzio. Poi lei capì perché. Non aveva importanza.
Da quel momento smisero quasi completamente di interrogarsi sul passato.
Erano diventati amici. Il drago conosceva i suoi pensieri prima ancora che lei riuscisse a formularli. Quando qualcosa faceva male, lui lo sentiva. Quando la rabbia tornava, non cercava di calmarla. Quando un ricordo dolce arrivava senza essere invitato, non lo cacciava. Restava lì, al suo fianco. Era questa la sua forma di amicizia. Non risolvere. Non spiegare. Restare accanto.
Un giorno lei gli domandò:
E adesso?
Il drago si voltò. Davanti a loro non c’era niente. Nessuna strada tracciata. Nessuna promessa. Nessun ritorno. Nessun amore ad aspettarla. Nessuna certezza che non avrebbe sofferto ancora. Solo uno spazio enorme e sconosciuto. Lei ebbe paura.
Non so cosa succederà.
Il drago mosse lentamente la coda. Finalmente. Lei lo guardò e capì. Per molto tempo aveva pensato al futuro come a qualcosa che avrebbe dovuto riuscire a prevedere. Aveva cercato risposte, possibilità, esiti. Aveva immaginato vite che avrebbero potuto esistere e aveva sofferto quando non erano diventate reali. Il drago invece amava ciò che non conosceva. Perché l’ignoto non era soltanto ciò che poteva essere perduto. Era anche ciò che non era ancora stato scelto. La libertà cominciava lì, non nel sapere dove andare, ma nel sapere che, quando la strada fosse comparsa, avrebbe potuto scegliere. Lei decise allora che il drago sarebbe rimasto con lei, per sempre. Non come promessa fatta a qualcuno. Non come fedeltà a un amore finito. Non come attesa di un ritorno. E nemmeno come protezione dal dolore. Come memento.
Quando avesse dimenticato quanto era stata viva, lui glielo avrebbe ricordato.
Quando avesse avuto paura di amare ancora, le avrebbe restituito la dolcezza.
Quando fosse stata tentata di accettare ciò che la feriva pur di non perdere qualcuno, le avrebbe restituito la rabbia.
Quando avesse creduto che soffrire significasse essere debole, le avrebbe restituito il dolore senza umiliazione.
E quando avesse avuto bisogno di conoscere in anticipo il finale, il drago avrebbe semplicemente guardato davanti a sé, verso ciò che nessuno dei due poteva vedere.
Questa è la leggenda del drago nero. È la storia di un’amicizia con una creatura capace di entrare nella mente di una persona senza invaderla, di sentire ciò che lei sente senza giudicarlo, di raccogliere emozioni che sembrano inconciliabili e di restituirle trasfigurate con sfumature nuove e diverse,
Alla fine il drago si mette accanto a lei. Non davanti. Non dietro. Accanto. Lei non sa dove andranno e lui nemmeno. Il drago allunga il corpo nero verso l’orizzonte e lei lo guarda. Non gli domanda più quale sia la strada giusta. Non gli chiede se amerà ancora. Non gli chiede se ciò che ha perduto tornerà. Non gli chiede nemmeno se un giorno smetterà di fare male. Ormai conosce la sua risposta. Il drago non promette nulla, ma rimane e quando lei comincia a camminare, lui ondeggia lentamente al suo fianco. Davanti a loro il futuro è ancora completamente sconosciuto. Ora, però, nessuno dei due ha bisogno di riempirlo. È vivo, libero, ed è tutto da scegliere.
