LOOK BEYOND THE DRAGON
Il drago gli apparve una sera senza arrivare da nessun luogo. Non arrivò in volò, non uscì dal fuoco. Non sentì alcun rumore, un fruscio del vento, nessun bagliore. Nessuna di quelle manifestazioni solenni che gli uomini attribuiscono alle creature leggendarie quando vogliono convincersi che qualcosa di straordinario stia per accadere.
Semplicemente, a un certo punto, era lì. Lui lo vide, o forse lo sentì. Non avrebbe saputo dirlo.
Era nero, lungo, sinuoso. Per qualche istante ebbe l’impressione che fosse fatto di materia solida, pesante, antica, ma subito dopo i suoi contorni si dissolsero e ne rimase soltanto un filo di fumo scuro. Lo riconobbe. Non perché lo avesse mai visto prima. Lo riconobbe come qualcosa che si alla cui nascita aveva contribuito. Il drago avvertì il suo intuire, sollevò lentamente la testa e lui sentì un grugnito, ma non proveniva dalla stanza. Lo sentì provenire dalla creatura, roco, profondo. Comprese che anche il drago conosceva lui. L’uomo rilascio lentamente il respiro e sentì un sollievo nel petto.
Lo osservò a lungo. C’era qualcosa di familiare nel modo in cui il suo corpo si piegava. Non era fatto di linee rette, avanzava curvandosi, tornava quasi indietro, si avvolgeva su sé stesso prima di distendersi nuovamente. L’uomo riconobbe qualcosa di sé in quelle movenze, ma comprese immediatamente che quella somiglianza non stabiliva alcuna appartenenza.
Lui non gli apparteneva, né nasceva dalla loro storia, neppure all’amore che c’era stato. Aveva contribuito al suo concepimento, poteva riconoscersi in qualche tratto, ma il drago viveva sulla pelle della donna e aveva scelto il proprio posto accanto a lei.
Quando l’uomo cercò di avvicinarsi, il drago scomparve. Comprese che non poteva chiamarlo e che lui si sarebbe manifestato soltanto quando avesse voluto. Non era un messaggero, non avrebbe raccontato nulla di lei, non avrebbe risposto alle domande che l’uomo avrebbe voluto rivolgergli. E non era una porta attraverso la quale raggiungerla.
Quando tornò, molto tempo dopo, l’uomo comprese anche la ragione della sua presenza. Il drago la proteggeva. Non da lui. La proteggeva da tutto ciò che avrebbe potuto farle dimenticare sé stessa: dalla paura di perdere qualcuno, dalla tentazione di accettare troppo pur di non perdere un amore, dal bisogno di comprendere gli altri prima di ascoltare la propria ferita, dall’attesa. Persino dall’amore, quando l’amore pretendeva di diventare più importante della sua libertà. Se un giorno fosse stato l’uomo a rappresentare una di quelle cose, il drago l’avrebbe protetta anche da lui.
L’uomo imparò a immaginarlo accanto a lei. Sapeva dove viveva. Sulla sua pelle. Sapeva che lui la seguiva mentre camminava, dormiva con lei, respirava insieme a lei. Avrebbe voluto vederlo davvero, non soltanto immaginarne la testa, le spire, la coda, ma esisteva una distanza tra immaginare e vedere, e quella distanza non apparteneva a lui. Il drago poteva raggiungerlo, lui non poteva raggiungere il drago. C’era una sola e unica possibilità affinché lui potesse conoscerlo di persona. Entrambi lo sapevano.
Con il tempo, tuttavia, tra loro nacque una strana forma di familiarità. L’uomo smise di cercare risposte sulla donna e cominciò ad accorgersi che, ogni volta che appariva, il drago sembrava condurlo altrove. Gli restituiva le domande che avrebbe preferito rivolgere a lei. Non gli permetteva di interrogarsi su quanto fosse ancora amato, ma lo costringeva a guardare ciò che lui faceva dell’amore che provava. Non gli rivelava se lei lo avrebbe aspettato, ma gli mostrava l’assurdità stessa di quella domanda. Lei non era ferma in qualche punto del tempo, avanzava anche priva di direzioni certe e il drago viveva con lei. E insieme percorrevano un cammino, irto di ostacoli, di dubbi, di timori, di ricordi.
Un giorno il drago condusse l’uomo davanti alla sua stessa vita. Gliela mostrò senza giudicarla: ciò che aveva costruito, le persone amate, le responsabilità assunte, le cose conquistate, gli errori commessi, la fedeltà trattenuta, le felicità improvvise. Gli mostrò anche le infinite strategie con le quali aveva cercato di tenere insieme ciò che dentro di lui tirava in direzioni opposte: ragione, sentimento, istinto, dovere, desiderio, paura. Davanti allo sguardo del drago, l’uomo fu costretto a domandarsi quanto di quella vita avesse veramente scelto e quanto avesse semplicemente continuato.
Vide sé stesso riempire le giornate e la mente, costruire pensieri abbastanza rumorosi da impedirne altri. Vide i mondi possibili immaginati e poi riposti, le fughe interiori, i desideri lasciati vivere soprattutto nel pensiero. Allora il drago gli mostrò le proprie ali. L’uomo aveva sempre pensato alla libertà come a qualcosa che apparteneva a creature diverse da lui. Il drago gli fece comprendere che non era così. La libertà non era impossibile. Era costosa. Comportava responsabilità e conseguenze. Esistevano cose e persone che avrebbe potuto perdere. Il drago non cancellava nulla di tutto questo. Gli mostrava, anzi, che proprio perché la libertà ha un prezzo può richiedere coraggio.
Poi gli mostrò lei. Non il suo corpo, né ciò che era appartenuto alla loro intimità. Quelle cose il drago le custodiva. Gli mostrò la donna che rideva, la mente nella quale lui aveva trovato luoghi che non sapeva esistessero, la persona capace di guardarlo proprio nei punti nei quali lui stesso aveva difficoltà a guardarsi. Gli mostrò le conversazioni, i silenzi, la complicità, il desiderio, l’inquietudine, la vertigine di essere compreso e la fatica di essere visto troppo bene. Gli restituì la sensazione rarissima che due esseri umani potessero, per qualche istante, smettere di spiegarsi e semplicemente riconoscersi. Ma non era soltanto la donna che l’uomo stava perdendo. Il drago gli mostrò l’uomo che era stato accanto a lei. Quello che aveva riso, desiderato, scritto, immaginato, viaggiato, parlato fino a perdere la cognizione del tempo. Quello che per qualche momento aveva smesso di amministrare la propria esistenza e l’aveva vissuta. E quello era ancora lui. Ed era forse questa la perdita che il drago voleva costringerlo a vedere. Non gli chiedeva di andare dalla donna. Al contrario, la fece scomparire. Rimasero soltanto l’uomo e la propria esistenza.
Fu allora che il senso di ciò che il drago gli stava mostrando divenne più chiaro. La domanda non riguardava la possibilità di cambiare vita per la donna che amava. Riguardava la possibilità di vivere la propria. Anche se lei non ci fosse stata. Anche se non fosse mai tornata. Anche se, trovando un giorno il coraggio di attraversare una porta, dall’altra parte non ci fosse stato nessuno ad aspettarlo.
Il drago lo condusse allora davanti a un orizzonte. Terra sotto, cielo sopra, una linea oltre la quale non era possibile vedere. Si avvicinò al limite e si sporse. Non volò. Non saltò. Si sporse soltanto abbastanza da poter vedere qualcosa che, restando indietro, sarebbe rimasto invisibile. L’uomo comprese. Per sapere che cosa esiste oltre un orizzonte, a volte è necessario avvicinarsi. Sporgersi. Guardare. Non significa distruggere, fuggire o precipitare nel vuoto. Significa accettare che ciò che si conosce non costituisca l’intero mondo soltanto perché è il mondo nel quale si è imparato a vivere. Oltre avrebbe potuto non esserci nulla. Avrebbe potuto perdere molto. Avrebbe potuto sbagliare, pentirsi, scoprire che ciò che aveva lasciato valeva più di ciò che aveva trovato. Il drago non prometteva ricompense. Il coraggio non garantiva la felicità. La vita non garantiva che una scelta coraggiosa fosse una scelta giusta. Garantiva soltanto che quella vita sarebbe stata vissuta.
Infine il drago gli mostrò un uomo molto vecchio. Un letto, una stanza, un respiro diventato faticoso. Le persone amate, quelle rimaste e quelle perdute. Le occasioni prese e quelle lasciate andare. Gli mostrò allora la differenza tra errore e rimpianto. Un errore poteva nascere dall’aver scelto e dall’aver scoperto, dopo, che un’altra strada sarebbe stata migliore. Il rimpianto poteva nascere dall’essere rimasti immobili abbastanza a lungo da non sapere mai dove avrebbe portato l’altra strada. Il drago non poteva sapere quale dei due avrebbe fatto più male all’uomo. Poteva soltanto costringerlo a immaginare il giorno in cui, arrivato alla fine, si sarebbe voltato indietro e avrebbe incontrato l’uomo che era stato. Non avrebbe trovato qualcuno che aveva sempre scelto bene. Nessuno può farlo. Non un uomo che non aveva mai avuto paura, né un uomo che non aveva mai fatto soffrire nessuno. Forse avrebbe desiderato incontrare semplicemente qualcuno che, tutte le volte in cui gli era stato possibile, aveva avuto abbastanza coraggio da guardare oltre ciò che già conosceva. Qualcuno che aveva sbagliato, perso, avuto paura, ma che non aveva trascorso l’intera esistenza contemplando orizzonti ai quali non aveva mai osato avvicinarsi.
La donna, intanto, avrebbe continuato a costruire la propria vita. Avrebbe scelto, sbagliato, avuto paura, forse amato ancora. Avrebbe attraversato i propri orizzonti. Il drago sarebbe rimasto accanto a lei non per impedirle di cadere, ma per ricordarle che nessuno aveva il diritto di chiederle di smettere di camminare. L’uomo avrebbe potuto trovare il proprio coraggio e perderla comunque. Avrebbe potuto cambiare e scoprire che lei non lo voleva più. Era proprio questo a rendere la scelta finalmente sua. Non aveva il dovere di essere felice. Non aveva il dovere di distruggere ciò che aveva costruito, né di scegliere una donna invece di un’altra. Aveva una responsabilità più radicale: non mentire a se stesso sulla vita che stava scegliendo. Se fosse rimasto, avrebbe dovuto sapere perché restava. Se fosse partito, perché partiva. Se avesse rinunciato a qualcosa, avrebbe dovuto avere il coraggio di chiamarla rinuncia. Se avesse scelto la sicurezza, non avrebbe potuto chiamarla impossibilità. Nessuno poteva compiere quelle scelte al suo posto. Nemmeno il drago. Il drago gli chiedeva soltanto verità. Il coraggio, eventualmente, sarebbe venuto dopo. E la verità significava guardare la propria vita senza sottrarre nulla al conto, compreso ciò che stava perdendo: la donna, certamente, ma anche una possibile forma di sé, il sogno di libertà che continuava a immaginare come prerogativa di creature capaci di volare, la parte di lui che ancora desiderava sapere cosa ci fosse oltre l’orizzonte. Quella parte non apparteneva alla donna. Non apparteneva al drago. Era sua. Il drago, invece, sarebbe tornato da lei. Era quello il suo posto.
L’uomo sapeva che esisteva una sola possibilità perché un giorno potesse conoscerlo davvero. Ma quella possibilità non era una promessa. Non significava che lei sarebbe rimasta immutata ad aspettarlo. Anche se un giorno fosse arrivato libero, non sarebbe stato il drago a decidere se lasciarlo passare. Sarebbe stata lei. Sempre lei. Il drago non custodiva una porta della quale possedeva la chiave. Custodiva la donna che possedeva la chiave. Se un giorno lei avesse scelto di aprire, si sarebbe spostato. Se avesse scelto di non farlo, sarebbe rimasto lì. Nessun amore passato, nessuna sofferenza, nessun cambiamento dell’uomo avrebbe creato un diritto di entrare. La libertà che il drago proteggeva comprendeva anche quella. Quando infine scomparve, non gli aveva indicato quale vita scegliere. Non gli aveva promesso la donna che amava e non gli aveva garantito la felicità. Gli aveva lasciato qualcosa di molto più scomodo: la consapevolezza che la propria vita gli apparteneva.
L’orizzonte davanti a lui era rimasto identico. Ma adesso sapeva che non avrebbe vissuto abbastanza a lungo da poter esplorare tutte le strade. Avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa, qualunque cosa avesse scelto. Un giorno, alla fine, avrebbe guardato indietro. Forse avrebbe trovato errori. Era inevitabile. Il drago gli aveva mostrato che la questione non era evitarli tutti. Era poter riconoscere, in quell’uomo ormai vecchio, qualcuno che aveva avuto il coraggio di vivere la propria vita invece di limitarsi a proteggerla. E, se avesse voluto sapere cosa c’era oltre l’orizzonte, nessuno avrebbe potuto farlo al posto suo. Avrebbe dovuto avvicinarsi. E sporgersi
