OGNI GIORNO È IL 27 GENNAIO

Per ricordare ciò che accadde affinché non accada di nuovo

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Per non dimenticare, ogni giorno dovrebbe essere il Giorno della Memoria, per celebrare la fine dell’olocausto e commemorare i milioni di ebrei che ne sono stati vittima. Il 27 gennaio del 1945, l’armata rossa entra nel campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz e lo libera dalle forze naziste della Germania di Hitler. Gli stessi soldati russi, e poi quelli inglesi e americani che arrivarono in seguito, raccontarono successivamente l’orrore a cui furono costretti ad assistere, la disumanità che si era diffusa in ogni angolo del campo, che infestava le baracche fatiscenti, le strade impolverate, i bagni luridi, le camere a gas, i forni crematori. Nonostante il tentativo dei soldati nazisti di distruggere tutte le prove dello sterminio che stavano compiendo ai danni degli ebrei, delle torture e vessazioni a cui li avevano sottoposto durante gli anni di prigionia, non fu difficile comprendere cosa fosse accaduto. La ripugnanza e il ribrezzo crebbero ancora di più nei giorni e nei mesi seguenti, quando attraverso la ricognizione dei numerosi campi di concentramento furono scoperte altre prove che manifestavano palesemente in cosa fosse consistita la “soluzione finale” di cui Hitler aveva già scritto in maniera  dettagliata nel suo Mein Kampf, scritto in prigione e pubblicato nel 1925.

Un genocidio annunciato, a cui, dopo la salita al potere di Hitler, seguirono le leggi razziali emanate dalla Germania fin dal 1933, tra cui si evidenziano quelle di Norimberga del 1935 con le quali di fatto a tutti i cittadini tedeschi ebrei fu tolta la cittadinanza e quindi tutti i diritti che questa implica quando si vive in una nazione. 

A queste si aggiungano le leggi razziali italiane annunciate da Mussolini durante il suo discorso a Trieste del 18 settembre 1938 ed emanante nel novembre successivo, che non sono solo un modo di compiacere Hitler, ma trovano un terreno fertile in un contesto culturale ormai intriso di nazismo e antisemitismo. 

Nel 1941, la Germania nazista da avvio alla “Soluzione finale”, ossia allo sterminio programmato in massa dell’intera popolazione ebraica dell’Europa, utilizzando il sistema ferroviario di tutto il continente per deportare gli Ebrei dalle loro case verso i campi di concentramento e di sterminio. 

Secondo lo United States Holocasut Memorial Museum, si stima che 15-17 milioni di persone persero la vita a causa dei processi di arianizzazione messi in atto dal regime nazista tra il 1933 e il 1945, e che tra questi 7 milioni fossero Ebrei. Non dimentichiamo però tutti coloro che, secondo il regime nazista non poteva appartenere alla razza ariana germanica: gli omossessuali, i Rom, i disabili, i dissidenti politici, i non-ariani (gruppi etnici soprattutto slavi), i Testimoni di Geova e tutti coloro che furono classificati come indesiderabili.

Ogni anno, il 27 gennaio, si commemora in ogni luogo pubblico, e in particolare nella scuola, la giornata della memoria e si cerca di informare gli studenti e le studentesse di quanto sia accaduto e di quanto sia fondamentale tenere traccia di e memoria di quei terribili eventi perché, come nelle parole di Anna Frank che ritroviamo nel suo diario “quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo”. 

Così Primo Levi, uno dei sopravvissuti italiani ad Auschwitz, che nel suo capolavoro Se questo è un uomo afferma “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

Nel nostro paese molti sopravvissuti ai campi di concentramento hanno iniziato molto tardi a raccontare la loro testimonianza, per paura di non essere creduti, perché quello che avevano vissuto era inimmaginabile. Adesso, però, è proprio grazie a loro, sostenuti dalle organizzazioni di volontariato e dalle comunità ebraiche nazionali, che molti di loro girando soprattutto per le scuole, raccontano la loro esperienza, per non dimenticare. Persone segnate da un grande dolore, come la senatrice a vita Liliana Segre, le sorelle Tatiana e Andra Bucci, Sami Modiano, Edith Bruck che ogni anno davanti a centinaia di giovani raccontano cosa accadde, affinché la memoria non si perda, affinché il loro modello di forza e resistenza si trasformi in un faro contro le discriminazioni di ogni genere e natura alle quali ancora assistiamo nel mondo. Alcune testimonianze sono state messe per iscritto, per nostra fortuna, perché i nostri sopravvissuti sono anziani e presto non potranno più parlarne. Un’enorme bibliografia ci viene incontro in questo senso, ma mi piace citare i libri che più mi hanno toccata e commossa: 

  • Primo Levi – Se questo è un uomo, La tregua, I Sommersi e i Salvati;
  • Andra e Tatiana Bucci: Noi, bambine ad Auschwitz;
  • Maria Pia Bernicchia: Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti…
  • Sami Modiano: Per questo ho vissuto – La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili
  • Shlomo Venezia: SonderKommando Auschwitz;
  • Miklos Nyiszli: Sono stato l’assistente del Dottor Mengele
  • Marco Paolini: Ausmerzen.

Voglio ricordare la visita a Terezin, in occasione di un viaggio di istruzione a Praga nel 2017, il mio primo incontro con una realtà che ancora a distanza di molti anni, nonostante l’assenza fisica delle persone, fa tremare di orrore per il suo potere evocativo e per la presenza di dolore e disumanità. 

Ricordo con grande commozione anche la visita a alla Risiera di San Sabba, a Trieste, uno stabilimento per la lavorazione del riso, costruito alla fine del 1800 e utilizzato dopo l’8 settembre 1943 dai nazisti come campo di prigionia, e destinato in seguito allo smistamento dei deportati diretti in Germania e Polonia, al deposito dei beni razziati e alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. Il 4 aprile 1944 venne messo in funzione anche un forno crematorio. Nel 1965 la Risiera di San Sabba fu dichiarata Monumento Nazionale con decreto del Presidente della Repubblica. 

A questo viaggio sono particolarmente legata perché fatto insieme a una persona a me cara che mi ha guidata con cautela e premura dentro questo mondo di dolore e mi ha permesso di affrontarne la natura tremenda che dietro si cela e che riguarda, deve riguardare ciascuno di noi. Per non dimenticare. A questa persona dedico questa mia testimonianza scritta. 

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