CARA MAMMA,

Oggi è esattamente un anno che sei andata via. Non sei mai stata presente, diciamoci la verità. Negli ultimi anni sfarfallavi, dicevi frasi che avevano poco senso, i tuoi ricordi erano minimi e ben selezionati, annuivi e non capivi più le nostre battute, spesso dormivi, rapita dalla miriade di medicine che assumevi, raramente eri desta e consapevole, talvolta ridevi. Era bello vederti ridere. 

Era bello che, nonostante tutto, tu ci fossi. La tua presenza, malandata, accidentale, fortuita, casuale, saltuaria, era sicuramente meglio della tua inevitabile assenza. 

Sto crescendo anche io mamma, e, a dispetto dell’odio che provo nei confronti dei cliché e dei concetti precostituiti, è vero che solo ora comprendo tanti aspetti di te e della tua vita, ciò da cui prima, fino a non molto tempo fa, ero intrappolata, ammaliata, terrorizzata. La tua vita, la tua smaniosa ricerca di un posto riconosciuto nel mondo, la tua brama di felicità, il tuo desiderio di conoscenza, il tuo codice morale, il tuo sopraffino senso di (in)giustizia, sono la mia rovina e, allo stesso tempo, il mio motore propulsore. 

Sono cresciuta all’ombra della tua persona. Ne ero completamente oscurata, e affascinata, e spaventata. La tua disperazione era trascinante, la tua esasperazione era insostenibile, la tua rabbia era distruttiva. Dove prendevi tutta questa forza, mamma? Eri, ai miei occhi, un essere sovrumano, e per questa tua natura, nel male e nel bene, non potevo che adorarti. Ti amavo e ti veneravo.  Ma la storia e la tradizione insegnano che ogni dio è capriccioso e bizzarro, e se oggi ti eleva alle stelle, domani ti lancia nel vuoto. Ti odiavo per questo. 

È menzogna che i ricordi terrificanti svaniscano col tempo. Io non dimentico quello che ho vissuto fin da piccola. Come un’impronta impressa nella mia mente, vedo i gesti, sento i suoni, annuso i profumi, percepisco sulla pelle il contatto, sento i sapori. I miei sensi erano obnubilati da te. L’immagine che ho di te nella mente sovrasta la bambina che ero. Quella bambina si rinchiudeva per difendersi dalla tua rabbia, per non sentire le tue urla, per evitare i tuoi schiaffi, per sfuggire ai tuoi sguardi mortificanti e per non udire le tue parole umilianti. Che disastro che eri, mamma!

L’oscurità che proiettavi su di me era tale da non permettermi di uscire alla luce. Avevo paura del mondo esterno, ero rinchiusa nella trappola che avevi, inconsapevolmente, creato per te stessa e che mi aveva inglobato. Ero, dentro a questa grande bolla terrificante, la tua valvola si sfogo. All’età di circa 6-7 anni facevo sempre lo stesso sogno: io e te in una grande sala bianca e luminosa, in piedi sopra una sedia di paglia, circondati da una miriade di serpenti striscianti che venivano minacciosi verso di noi, che cercavano di arrampicarsi su per le gambe della sedia. E noi urlavamo, terrorizzate, entrambe, insieme. 

Ho intuito e compreso immediatamente il tuo messaggio. Senza dirmelo, mi comunicavi ciò di cui avevi bisogno e cosa ti aspettavi da me. L’hai sempre fatto, fin dalla mia assenza. Io non ho potuto che attendere alle tue aspettative, non avendo imparato a difendermi, né a essere autonoma, né, tantomeno, a ribellarmi. Ero una bambina silenziosa e taciturna, giocavo spesso da sola, rinchiusa nella mia cameretta a ritagliare in minuscoli quadratini qualsiasi pezzo di carta mi capitasse tra le mani. Mi lodavi per questo, mamma. Ti beavi di me davanti agli altri per quanto fossi brava e tranquilla, per quanto fossi invisibile e silenziosa. Crescendo, è stato questo il modo naturale in cui mi sono trasformata in me stessa, invisibile e silenziosa. 

La verità è che volevo essere come te. Forte, determinata, esplosiva. Amavo tutto di te, il tuo sorriso, i tuoi capelli, la tua camminata, il tuo profumo. Hai avuto sempre lo stesso per tutta la vita e ora per me si è trasformato in un ricordo che riesco a evocare quando ho voglia di te. Adoravo il tuo modo di parlare, il tuo codice morale, la tua rettitudine, la passione per il tuo lavoro, il tuo amore per i libri, lo studio e la crescita personale. Le tue bizze, i tuoi capricci, i tuoi slanci d’animo, la tua bontà, il tuo senso del sacrificio a ciò cui davi importanza e pensavi meritasse la tua devozione. 

Volevo essere come te e tu hai cercato di trasformarmi in una persona completamente diversa. Cheta, tranquilla, silenziosa, prona all’obbedienza, a compiacere gli altri, a non dire mai di no, a subire, a sottovalutarsi, a pensare di non essere all’altezza, a sopportare, a tollerare, a non ribellarsi, a mollare davanti agli ostacoli percepiti come insormontabili. Hai voluto e deciso che io fossi come tu eri da piccola, nonostante entrambe sapessimo con quanta sofferenza e con quanto conflitto avevi deciso di ribellarti a quel tuo modo di esistere perché quel ruolo era conveniente per tua madre, mia nonna, la matta, come tutti la chiamavano. Ma non per te. A te non piaceva, e hai deciso di cambiare. Ti amo per questo. 

Ho iniziato a essere come te quando tu hai iniziato a non essere più. Un giorno hai deciso di mollare, di non esistere più, di tirare i remi in barca, quando ti eri ormai stancata di combattere con e contro la vita, con e contro tutti, con e contro te stessa. Hai rinnegato il tuo passato, il tuo destino, la tua essenza, il posto nel mondo che altri avevano deciso per te e quello che tanto faticosamente eri riuscita a trovare. Solo allora, allora soltanto, ho iniziato a capire. 

È stato un processo davvero molto lungo e faticoso, mamma. Accidenti a te! Prima volevi che fossi in un modo, poi mi hai costretta a ripensarmi in un altro. Che pretese mamma! Quante richieste, sempre taciute ma oltremodo comprese. Avresti dovuto lasciarmi andare fin da piccola, avrei trovato la mia strada da sola. Come te. Come avrei voluto fare io, uscendo alla luce, lontano dall’ombra che proiettavi su di me. Ci ho impiegato anni, molti anni.

Durante il mio viaggio verso la libertà, ho dovuto lottare contro mostri e demoni terrificanti, le mie paure, i miei dubbi, i miei conflitti, i miei sensi di colpa, i miei rimorsi, i miei rimpianti, gli eventi incontrollabili della vita. Ho incontrato molte persone che hanno ostacolato il mio cammino con rabbia e ostilità, e tante che lo hanno accompagnato con solidarietà e affetto. Talvolta grandinava mentre viaggiavo, altre il sole splendeva. 

La mia vita è ancora questa mamma, un viaggio perpetuo verso un’unica direzione e con un unico obiettivo al quale entrambe abbiamo sempre anelato: la libertà. Sei sempre stata e continuerai a essere il mio faro verso quella meta. 

Qualcuno un giorno mi ha chiesto di chiudere gli occhi e di cercare tra i ricordi una immagine di felicità con te. L’ho fatto e mi sono sorpresa a scoprirne una costellazione. 

Quando…il lunedì, che era il tuo giorno libero, e spesso mi permettevi di rimanere a casa. Certo, mi chiedevi di aiutarti a fare le pulizie ma in cambio mi regalavi un intero pomeriggio in giro per la città a fare “commissioni”, come mi dicevi (eri una spendacciona mamma, papà aveva ragione). Mi portavi con te a casa di nonna Maria, la matta. Rimanevo affascinata dalla musica che sentivo quando parlavate in sardo. Un altro mondo si apriva, un’altra dimensione, fatta di magia e poesia. 

Quando…la domenica, in primavera si andava a fare la scampagnata. Era emozionante, mamma, preparare i panini. I tuoi panini erano insuperabili, la cosa più squisita che tu fossi in grado di cucinare. E in estate, si replicava, questa volta al mare, lontano dal caos della città e dalle preoccupazioni di tutti i giorni. E in autunno oppure in inverno, ricordi? Uscivamo a fare due passi, passavamo in rosticceria, poi in pasticceria e tornavamo a casa per goderci un pranzo buonissimo che nessuno aveva avuto voglia di preparare. Che forza che eri! Abbiamo le stesse immagini impresse nel cuore, lo so. 

Quando…alle tue clienti che ti chiedevano se mi stessi preparando il corredo, rispondevi che si, che lo stavi facendo, che mi stavi facendo studiare. Che mito, mamma! Ci hai provato per un attimo a farmi fare il tuo lavoro, ma davanti alla mia passione, che era anche la tua, irrealizzata, hai ceduto. Un momento di sanità mentale, mamma. Chapeau!

Quando…sei venuta a prendermi in colonia, subito, immediatamente, perché ti avevano detto che stavo male. Odiavo la colonia, mamma. Sappilo. 

Quando…mi asciugavi i capelli. Ero piccola, avevo i capelli lunghi, lisci, un caschetto che tu avevi costruito ad arte. Ero un momento magico, quello. Tu eri concentrata su di me, solo su di me. Il tuo tempo era solo per me. Ricordo la dolcezza dei movimenti con la spazzola, il profumo dell’aria dell’asciugacapelli, il tocco delle tue mani sulla mia testa. Me la sono goduta per i miei primi dieci anni. Che palle mamma! Perché poi ti sei stufata e mi hai rasato i capelli. 

Quando…mi permettevi di vedere l’Ape Magà, struggente e drammatico nella sua continua ricerca di una mamma che le sfuggiva sempre, e io non potevo che identificarmi. Sul più bello, quando la sofferenza e il dolore che mi facevano piangere a dirotto erano i miei più fedeli alleati, perché era l’unico senso di solidarietà che percepivo attorno a me, tu spegnevi la TV. E dai, mamma! Adoravo quel cartone. 

Quando ero bambina avrei dovuto odiarti, invece ti adoravo. Quando sono diventata una giovane adulta ti odiavo, invece avrei dovuto amarti. Ora che sono grande, ti piango. 

Negli ultimi anni avrei voluto che ci fossi, ma ti ringrazio per non esserci stata. Se tu non fossi sparita, io non avrei compreso molti aspetti essenziali di me, e sarei rimasta ferma su me stessa, inchiodata alla parte più oscura di me, che non era altro che la parte più buia di te. 

Adesso che non ci sei più, sei sempre con me. I tuoi ideali, i tuoi valori, i tuoi sogni sono anche i miei. Tua nipote ci segue. È forte, determinata, intelligente, stravagante, sensibile, geniale, inarrestabile, libera. C’è una linea evolutiva che parte da nonna Maria e che per ben quattro generazioni arriva a lei. Noi siamo in mezzo, mamma, a fare da ponte per passare da una riva del fiume all’altra. 

Non sono te, mamma, ma nemmeno diversa da te. Scorriamo come fiumi su due letti diversi, nasciamo da fonti diverse e lontane, trasportiamo limo e detriti su territori differenti, abbiamo anse e cascate in punti opposti, ma sfociamo nello stesso mare. 

You were my first country. The first place I ever lived. 

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