La morte che ci fa ridere

Il modo in cui una parola possa assumere significati traslati, che vadano oltre il senso letterale, è davvero, incredibilmente, affascinante. È peraltro straordinario come due parole distanti tra loro, ma con il medesimo significato, possano sorprendere e meravigliare. Pensate per gioco, per esigenza di definire e di contraddistinguere, esse rimandano a una storia e a un’emozione suggestive e surreali, evocando significati nascosti, conosciuti solo a chi elettivamente le ha ricevute in dono. Parole dal significato oscuro, buio, tetro, con cui giocare, di cui sorridere, su cui riflettere, attraverso le quali allontanare le proprie paure. 

Parliamo di morte, la nostra ombra, la nostra sola e unica certezza in vita. L’ultima tappa del nostro viaggio, la destinazione di un lungo percorso. Se non ci fosse, la nostra vita avrebbe un senso differente, difficile da comprendere. 

C’è chi la teme, chi non ci bada, chi non ne è consapevole, chi la insegue. 

C’è chi la subisce e c’è chi la cerca. Nella storia e in letteratura due figure accompagnano queste anime: il boia, che impone la morte, e l’accabadora, che aiuta a trovarla. 

La parola boia deriva dal latino boia(m), spesso al plurale col significato originario di laccio, catena, quindi strumento di tortura, insegna del carnefice e quindi il carnefice stesso. A sua volta dal grecismo boêiai, cuoio di bove con cui si realizzavano strisce o lacci da utilizzare come giogo al collo di schiavi e delinquenti, durante le sevizie e in attesa della loro esecuzione a morte. Il boia, tradizionalmente, era di sesso maschile. La parola ha assunto un significato dispregiativo e al pronunciarla o al solo sentirla rimanda a immagini di violenza, di tortura e di morte. Il boia, mestiere ufficialmente decaduto e, in sintonia con il significato del termine che lo indica, eliminato, era un essere umano, comunque, obbligato in tempi oscuri a non porsi domande sulla bontà e la moralità del suo operato; una figura inaccettabile ma, purtroppo, tuttora esistente se pensiamo che in alcuni paesi (che si dicono evoluti) del mondo esiste ancora la pena di morte e, di conseguenza, qualcuno che la infligge. 

Accabadora è un termine sardo che deriva dallo spagnolo accabar, col significato di “finire”, “terminare”. La parola, sinonimo della moderna eutanasia, indica la figura di una donna che anticamente, in alcuni territori della Sardegna, si adoperava per portare la morte a coloro che, in condizioni di malattia grave, la richiedevano. La storia non attesta nulla di comprovato e reale riguardo a questa figura, ma il romanzo della Murgia “Accabadora”, ci regala la splendida e leggendaria rappresentazione di una di loro, personaggio allo stesso tempo terribile, spaventoso, complesso e misterioso. 

Strano come una parola così spaventosa come boia possa suscitare ilarità per assonanza di significato quando la si utilizzi come nomignolo affibbiandola ad una persona che senza troppi giri di pensiero stava per “eliminare” migliaia di individui…da una mailing list! Un’operazione necessaria, veloce, indolore (contrariamente all’esecuzione) ma che suscita qualche preoccupazione e che richiede la giusta dose di riflessione prima di essere commissionata. 

È altresì strano come un termine come accabadora, altrettanto terribile, poiché associato alla morte, possa essere utilizzato per denotare una persona che non si fa scrupolo di dire la verità, di parlare direttamente, sfacciatamente, sfrontatamente, a volte correndo il rischio di essere troppo violenta e poco produttiva. 

Abbiamo giocato con queste parole, le abbiamo manipolate, contorte, trasformate, mutuate. Le abbiamo utilizzate a nostro uso e consumo, per divertirci e scoprire attraverso di esse nuovi modi di definirci. 

Grazie al gioco e alla riflessione, loro ci restituiscono un grande dono: la possibilità di guardare alla morte senza paura, di considerarla per quello che è, la possibilità di una vita ricca del senso che noi intendiamo darle. 

Poiché della morte abbiamo fatto esperienza, non abbiamo timore di giocare con lei. Ne conosciamo il volto e l’espressione, i gesti e il suono della voce, la postura e le emozioni che suscita. 

Fear no more…

Questo post è per chi vuole leggerlo, col sorriso dipinto sulle labbra o con gli occhi pieni di lacrime. Per me, per G. e per chi gli vuole bene. 

Fonte della foto d’intestazione: https://www.animalibera.net/2012/09/vignette-sulla-morte-pietro-vanessi.html

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