FISSANDO IL SOLE
Un libro di Irvin Yalom sulla morte e le strategie per superarne il terrore
Durante la mia malattia, non solo subito dopo la diagnosi, ma per tutto il tempo in cui è stata presente, e dopo, e oltre, ho avuto paura di morire. Ancora adesso ne ho. La morte, prima solo un pensiero astratto, seppur certo per tutti, ha iniziato a ronzarmi attorno insistentemente fino a paralizzarmi, rendermi inerte, vulnerabile a qualsiasi attacco, indifendibile, esposta a qualunque furia, incapace di elaborare un piano di reazione e di proiettarmi nel futuro, di vedere la luce alla fine del tunnel. Ancora adesso, la sua ombra mi cammina sempre accanto.
Fu proprio in quel periodo di grande dolore e sofferenza che, consigliata da una persona fidata, lessi un libro di Irvin Yalom, noto psichiatra americano, dal titolo “Fissando il Sole – come superare il terrore della morte”, un saggio frutto dell’esperienza terapeutica di Yalom con pazienti terminali, guidato, in questa sua ricerca di strategie efficaci, “dai pensieri di quegli scrittori che hanno ispirato il suo lavoro per avere il meglio sul terrore della morte”.
Yalom parte dalla citazione di Francis de La Rochefoucauld, Massima 26, che recita:” Le solei ni la morte se pouvent regarder en face” (Né il sole né la morte si possono guardare fisso), e cerca di confutarla sostenendo, sin dall’inizio, che la morte può essere affrontata e guardata in faccia e che, grazie all’aiuto terapeutico, ognuno di noi, paralizzato dal terrore di morire, può adottare una serie di strategie che possano aiutarlo a considerare la morte una cosa naturale, certamente sicura, ma sopportabile al punto da condurre, nonostante la consapevolezza di essa, una vita serena.
Una delle strategie adottate da Yalom che più mi è rimasta impressa, e che ho sperimentato, è quella che lui chiama l’effetto rippling. A pagina 79 e seguenti dell’edizione in italiano del saggio, tradotto dall’inglese da Serena Prina e pubblicato per la prima volta da Neri Pozza Editore nel 2017, Yalom scrive:” “Fra tutte le idee che sono venute in superficie nei miei anni di pratica terapeutica per contrappormi all’angoscia della morte dei pazienti e alla loro sofferenza per la caducità dell’esistenza, c’è quella del rippling, ovvero dei cerchi nell’acqua. L’immagine dei cerchi nell’acqua si riferisce al fatto che ciascuno di noi crea, spesso senza un intento consapevole e senza rendersene conto, dei cerchi concentrici di influssi che possono a loro volta influenzare gli altri per anni, persino per generazioni. Vale a dire che l’effetto che abbiamo sulle altre persone viene a sua volta passato ad altri, proprio come i cerchi nell’acqua di uno stagno continuano a svilupparsi finché non sono più visibili, anche se il movimento persiste a un livello impercettibile. L’idea che possiamo lasciare qualcosa di noi, pur senza esserne a conoscenza, offre una risposta significativa a quanti sostengono che dalla propria finitezza e caducità fluisce inevitabilmente la sensazione di una mancanza di senso dell’esistenza. I cerchi nell’acqua non significano necessariamente che si lascia dietro di sé la propria immagine o il proprio nome. Molti di noi hanno imparato parecchio tempo fa, ai tempi della scuola, la futilità di una simile strategia, dopo aver letto i versi di un poema di Shelley su un’enorme statua antica in frantumi in una terra ora desolata: Il mio nome è Ozymandias, Re dei Re; / Guarda l’opera mia, o Potente, e dispera. I tentativi di conservare l’identità personale sono sempre futili. La caducità dura per sempre. I cerchi nell’acqua, come li intendo io, si riferiscono invece all’idea di lasciare dietro di sé qualcosa dell’esperienza della propria vita, un qualche tratto, un frammento di saggezza, una guida, una virtù, una consolazione che viene trasmessa ad altri, conosciuti o ignoti. La storia di Barbara è significativa […] Da tempo Barbara aveva intuito il concetto generale dei cerchi nell’acqua. In quanto insegnante, dava per scontato che avrebbe avuto un’influenza sui propri studenti, del tutto separata dal ricordo che questi avrebbero serbato di lei. Ma l’incontro con un’amica d’infanzia dimenticata aveva reso i cerchi nell’acqua assai più reali. Le aveva fatto piacere ed era anche stata un po’ sorpresa di sapere che una tal quantità dei suoi consigli e delle sue indicazioni persistevano nella memoria di un’amica d’infanzia. […] Barbara aveva avuto un’illuminazione che le aveva permesso di conseguire una nuova prospettiva sulla morte. Forse la morte non era in effetti l’annientamento totale che lei aveva creduto. Forse non era così essenziale che la sua persona o persino il ricordo della sua persona sopravvivessero. Forse la cosa importante era che persistessero i cerchi nell’acqua da lei generati, cerchi legati a un qualche gesto o idea che potessero aiutare gli altri a perseguire gioia e virtù nella vita, cerchi che l’avrebbero colmata d’orgoglio e mezzi per reagire all’immoralità, all’orrore e alla violenza che monopolizzavano i mass media e il mondo esterno. […] Gli esempi di cerchi nell’acqua sono legioni, e molto noti. Chi non ha mai provato un empito di gioia nel sapere di essere stato, più o meno direttamente, importante per qualcuno? […] I cerchi nell’acqua mitigano il dolore della caducità ricordandoci che qualcosa di ciascuno di noi persiste anche se la cosa ci rimarrà ignota o impercettibile. […] La convinzione che si possa persistere, non nella propria “persona” individuale, ma attraverso valori e azioni che si allargano come cerchi nell’acqua attraverso le generazioni a venire può essere una grande consolazione per chiunque manifesti ansia riguardo alla propria mortalità. […] I cerchi nell’acqua, ovvero il rendersi conto delle proprie buone azioni, del proprio influsso virtuoso sugli altri che persiste oltre noi stessi, può alleviare il dolore e la solitudine del viaggio finale. […] Fin troppo spesso la gratitudine per come una persona ha allargato attorno a sé i propri cerchi nell’acqua, influendo sul mondo circostante, viene espressa non quando è ancora viva, ma solo in un elogio postumo. Quante volte a un funerale avete desiderato (o sentito altri esprimere il desiderio) che il defunto potesse essere lì a sentire gli elogi e le espressioni di gratitudine? Quanti di noi hanno desiderato di poter essere come Scrooge e assistere a quel che verrà detto al nostro funerale?”
Dopo aver letto queste pagine, ebbi l’idea di chiedere ad alcune persone molto care, con cui non avevo più contatti da anni, quali fossero i cerchi nell’acqua che avevo lasciato in loro. Inviai a queste persone il testo appena sopra ed esponendomi, nonostante il mio imbarazzo, scrissi loro queste parole:”Ho un tumore e ho paura di morire. Vi chiedo: Qual è, se c’è, il mio cerchio nell’acqua dentro di voi?”
Rimasi sorpresa nel ricevere delle risposte inaspettate, parole non di commiserazione o di carità, ma di condivisione che suscitarono in me senso di solidarietà, empatia, gioia, e grande commozione. Non ho dovuto aspettare il mio funerale per sentire elogi ed espressioni di gratitudine.
Quando sei triste, disperato, e tutto ti sembra buio e vano, prova a chiedere e a ricordare ciò che di bello hai fatto e hai lasciato nelle persone a cui hai voluto bene. Quel bene si trasforma e si amplifica, sembra rientrarti dentro nell’anima fino a riempirla. Anche solo per pochi secondi, riesci a vedere quella dannatissima luce in fondo al tunnel.
E tu, se hai un amico o un’amica, una persona cara, un famigliare che combatte contro il tempo, che affronta ogni giorno il terrore della morte, non aspettare il suo funerale per elogiare i suoi meriti, per lodare le sue virtù. Diglielo ora, subito. Qui, adesso.
Se ami qualcuno, non aspettare che sia troppo tardi, o che ci sia un momento opportuno per esprimere stima, rispetto, amore. Il momento giusto è sempre adesso.
