IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE

Ci sono persone che sanno dipingere. Altre suonano il pianoforte. Altre ancora preparano il tiramisù senza pesare gli ingredienti, che personalmente considero una forma superiore di talento. Io, negli anni, ho coltivato un’altra arte. Mandare a fanculo.

Non è stato facile. Ho avuto una formazione piuttosto tradizionale: educazione, buone maniere, senso del dovere, comprensione, empatia. Soprattutto empatia. Quella meravigliosa qualità che, se non opportunamente sorvegliata, ti porta a trascorrere metà della vita a cercare di capire perché le persone fanno quello che fanno invece di limitarti, qualche volta, semplicemente a constatare che quello che fanno ti sta tremendamente sul cazzo. Perché si comporteranno così? Forse soffrono. Forse hanno paura. Forse non sanno esprimere quello che sentono. Forse hanno avuto un’infanzia difficile. Forse gli astri non sono allineati. Forse sono caduti dal seggiolone quando erano piccoli. Tutto possibile. Resta un dettaglio: avete rotto i coglioni.

Mi vanto di appartenere alla sparuta categoria di coloro che, prima di mandare qualcuno a fanculo, cercano di capire. E capire le persone è bellissimo, fino al momento in cui diventa un secondo lavoro non retribuito. Quindi analizzi. Contestualizzi. Ti interroghi. Concedi attenuanti generiche, specifiche e perfino creative. Lo fai con l’amico egocentrico, il collega insopportabile, il parente invadente, il conoscente che compare soltanto quando gli serve qualcosa, quello che parla per tre quarti d’ora senza mai chiederti come stai e quello che, dopo averti chiesto come stai, riesce comunque a riportare il discorso su di sé entro quarantacinque secondi. Una categoria, quest’ultima, numericamente molto più consistente di quanto suggeriscano le statistiche ufficiali.

Credo che una fase importante dell’età adulta cominci proprio quando, tra una sofisticata analisi delle dinamiche umane e un sonoro “ma vaffanculo”, si inizi, almeno qualche volta, a scegliere il secondo. Non subito, naturalmente. Il vaffanculo di qualità richiede maturazione. Quello impulsivo è roba da dilettanti. Fa rumore, sbatte porte, blocca numeri, cancella contatti e magari quarantotto ore dopo sente il bisogno di chiarire o, addirittura, sentirsi dispiaciuti di essere così scortesi. No. Quello non è un vaffanculo. È un arrivederci con problemi di gestione della rabbia.

Il vaffanculo autentico è molto più elegante. Arriva dopo aver spiegato. Dopo aver rispiegato. Dopo aver provato a capire. Dopo aver scelto parole più semplici. Dopo aver fatto esempi. Dopo esserti chiesta se forse sei tu: troppo sensibile, troppo esigente, troppo complicata, troppo stanca, troppo qualcosa. Perché ci hanno insegnato che bisogna comunicare. Parlare. Spiegare. Esprimere i propri bisogni. E allora spieghi. Poi spieghi meglio. Poi metti praticamente le didascalie. A un certo punto manca solo un PowerPoint intitolato “perché questo comportamento mi sta sulle palle”, con grafici a torta, bibliografia e sitografia finale. Se dopo 53 slide il concetto non è ancora arrivato, ci sono due possibilità: dall’altra parte c’è un serio problema di comprensione oppure hanno capito benissimo e non gliene frega un cazzo. In entrambi i casi il PowerPoint non ha funzionato. Nel momento esatto in cui spegni il computer, davanti a una platea di amebe con sguardi spenti e neuroni bruciati, proprio lì, accade una cosa meravigliosa.

Ti rompi i coglioni. 

Un’espressione volgare, certamente, ma descrive uno stato filosofico di rara precisione. Improvvisamente tutto diventa chiaro e semplice. Capisci che non devi più convincere. Non devi più dimostrare. Non devi necessariamente spiegare per l’ennesima volta perché non vuoi qualcosa, perché non hai tempo, perché hai bisogno di spazio, perché un comportamento ti infastidisce. “No” è una frase completa, non l’introduzione a un dibattito parlamentare. E se qualcuno, per rispettare un limite, ha bisogno di grafici, note a piè di pagina e revisione tra pari, può tranquillamente andare a fanculo. Con affetto, naturalmente.

Perché c’è anche questo equivoco: pensiamo che mandare a fanculo significhi necessariamente odiare. Stronzate. Nella maggior parte dei casi non serve provare alcun sentimento particolarmente drammatico. Si può mandare a fanculo qualcuno continuando a considerarlo una persona assolutamente rispettabile. Semplicemente, preferibilmente, rispettabile altrove. Non tutti devono avere accesso illimitato al nostro tempo, alla nostra attenzione, alla nostra disponibilità e soprattutto al nostro sistema nervoso. Ci sono persone che possiamo frequentare per dieci minuti, altre per una cena, altre una volta l’anno a natale e alcune che danno il meglio di sé quando si trovano in un altro CAP.

Il vaffanculo diventa una misura di distanza. A chi invade: un passo indietro. A chi pretende: due. A chi giudica continuamente: facciamo cinque. A chi telefona soltanto quando ha bisogno di qualcosa: possono tranquillamente cambiare provincia. A chi dispensa consigli non richiesti sulla nostra vita, salvo poi amministrare la propria come un governo tecnico durante una crisi istituzionale: confine regionale. E a chi porta sistematicamente caos, pesantezza, drammi, richieste, lamentele e complicazioni, ma sostiene di avere semplicemente “un carattere particolare”, possiamo augurare ogni bene. Davvero. Purché quel carattere particolare possa esprimersi liberamente a una distanza di sicurezza dal nostro sistema nervoso. Non è cattiveria. È urbanistica emotiva.

Poi ci sono le cose. Anche le cose, ogni tanto, vanno mandate a fanculo. Le aspettative, per esempio. Quelle meritano un trattamento speciale. Le aspettative su come dovremmo essere a cinquant’anni, su quanto dovremmo guadagnare, quanto dovremmo essere realizzati, magri, tonici, sereni, sessualmente risolti, emotivamente maturi, professionalmente soddisfatti e possibilmente capaci di preparare la cena e un ciambellone al cioccolato marmorizzato la sera prima. Vaffanculo. Alle case sempre in ordine. Alle persone sempre positive. Alla migliore versione di noi stessi. Vaffanculo. Io non voglio essere sempre la migliore versione di me stessa. È una pressione insostenibile. A volte vorrei essere una versione mediocre di me stessa che ozia sul divano mentre il bucato resta sotto la pioggia, i piatti sporchi nel lavello, il lavoro qualcosa da rimandare, gli altri esseri umani estranei e allegramente in compagnia di amici e parenti che non siano tuoi consanguinei. Credo abbia diritto di cittadinanza anche lei.

Vaffanculo alla produttività trasformata in virtù morale. A quelli che si svegliano alle cinque, meditano, corrono dieci chilometri, leggono trenta pagine, bevono acqua tiepida col limone e alle sette hanno già fondato uno startup. Io alle cinque, in certe mattine, sto ancora cercando di addormentarmi dopo una notte di merda pensando e sognando che vorrei sparire e non essere inseguita da quelli di Chi l’ha visto?

Vaffanculo anche alla retorica del “se vuoi, puoi”. No. A volte vuoi e non puoi. A volte puoi e non vuoi. A volte potresti, ma hai sonno. E il sonno è una ragione perfettamente dignitosa. Non tutto deve diventare una sfida, un obiettivo, un percorso di crescita. Non tutto ciò che ci accade deve necessariamente insegnarci qualcosa. Alcune cose insegnano. Altre fanno semplicemente schifo. Non hanno un messaggio segreto. Non sono arrivate per renderci migliori. Non erano “necessarie al nostro percorso”. Sono successe. Hanno fatto male. Fine. Se un giorno ne ricaveremo qualcosa, bene. Ma non siamo obbligati a mandare un biglietto di ringraziamento al trauma.

E poi, naturalmente, c’è la vita. Lei merita un capitolo a parte perché possiede un senso dell’umorismo piuttosto discutibile. Appena pensi di aver sistemato due cose, te ne rovescia addosso altre cinque. Persone, doveri, perdite, scadenze, paure, imprevisti. Tu cerchi di mantenere una certa compostezza, lei rilancia. E a un certo punto sembra guardarti con aria innocente e chiederti: “Beh? Non ce la fai?” No. Oggi no. Vaffanculo anche tu. Domani vediamo.

E magari, mentre sei ancora lì a raccogliere i pezzi, arriva qualcuno a spiegarti che dovresti chiederti che cosa questa esperienza voglia insegnarti. Niente. Oggi da questa esperienza non impariamo un cazzo. Oggi ci lamentiamo. Domani, eventualmente, elaboriamo.

Perché mandare a fanculo la vita, qualche volta, non significa rinunciare alla vita. Forse significa esattamente il contrario. Significa smettere di inginocchiarsi davanti a tutto quello che ci presenta. Significa poter dire: questa cosa non la voglio. Questa non la posso fare. Questa non mi appartiene. Questa mi costa troppo. Questa battaglia non la combatto. Questa spiegazione non la devo. Questa aspettativa non la soddisfo. Questa porta la chiudo, senza necessariamente sbatterla. Perché col tempo ho scoperto che i vaffanculo migliori non fanno quasi rumore. Non hanno bisogno di proclami. Non richiedono platee. Non vengono scritti in maiuscolo sui social. A volte consistono semplicemente nel non rispondere più. Nel non giustificarsi. Nel non tornare. Nello smettere di bussare a una porta che qualcuno continua ad aprire soltanto per controllare se siamo ancora lì.

Il silenzio, quando hai già detto tutto, non è mancanza di argomenti. È chiusura dell’ufficio reclami.

Non ci siamo più. Siamo andati altrove. Magari non molto lontano. Magari semplicemente a fare una passeggiata, a leggere un libro, a guardare il cielo, a bere un caffè in santa pace. Che non sembra una rivoluzione. Ma dopo aver trascorso anni a pensare di dover comprendere tutto, aggiustare tutto, sostenere tutto e salvare possibilmente anche chi non aveva nessuna intenzione di essere salvato, sedersi da qualche parte e pensare “non è più un problema mio” ha qualcosa di magnificamente sovversivo.

Forse, alla fine, mandare a fanculo non è nemmeno un gesto di rabbia. È un gesto di precisione. Significa guardare la propria vita e decidere cosa può ancora entrarci. Questo sì. Questo no. Tu sì. Tu non più. Questo dolore me lo porto dietro perché non posso evitarlo. Questa stronzata, invece, posso lasciarla qui.

E magari la maturità non consiste soltanto nel diventare più pazienti, più saggi, più comprensivi. Magari consiste anche nell’accorgersi che abbiamo già capito abbastanza. Che non tutto merita un’altra possibilità, un’ultima conversazione, un’ultima spiegazione, un’altra notte passata a chiedersi perché. Alcune cose meritano soltanto un punto.

E certe persone, certe aspettative, certe giornate e certe versioni della vita meritano qualcosa di ancora più preciso.

Un punto. Uno spazio. E uno stupefacente, enorme, liberatorio: vaffanculo.

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