CULTURE SHOCK I

Kalervo Oberg era un antropologo canadese di origini finlandesi. Lavorò principalmente sul campo, viaggiò molto in tutto il mondo e raccontò le sue esperienze affinché anche gli altri potessero farne tesoro. 

Il nome di Oberg, tuttavia, è legato all’espressione culture shock, una malattia, come la definiva lui stesso, che vivono le persone che all’improvviso sono costrette a trasferirsi all’estero, in un altro paese, diverso dal loro. L’antropologo spiega il culture shock in uno studio dal titolo: “Cultural shock: Adjustments to the new cultural environment, Practical Anthropology”

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Oberg sostiene che come ogni malattia, il culture shock abbia la sua eziologia, i suoi sintomi specifici e una cura e nel suo articolo ne descrive le fasi. 

Second l’autore, questo fenomeno è originato dalla perdita degli innumerevoli punti di riferimento che scandiscono la propria vita quando ci si trasferisce in un paese straniero. Questi punti di riferimento includono i differenti modi attraverso cui ci orientamento nella vita quotidiana: il modo in cui salutiamo le persone quando le incontriamo, quando e come concedere le mance, come suggerire oppure dare ordini ai propri sottoposti, come fare acquisti, come e quando accettare o rifiutare un invito, quando prendere seriamente un’affermazione e come capire quando si tratta di una battuta. Tutti noi, per il nostro benessere mentale, dipendiamo, spesso inconsciamente, da tutti questi modi di comportarsi e orientarsi nel gruppo sociale cui apparteniamo. 

Oberg sostiene che quando una persona si trasferisce in un paese straniero perde quasi tutti o la maggior parte di questi punti di riferimento, e per quanto open-minded possa essere o pieno di buona volontà, la rimozione di questi paletti darà origine a un sentimento di frustrazione e ansia. Secondo lo studioso, le persone reagiscono alla frustrazione più o meno tutte allo stesso modo. Inizialmente rifiutano l’ambiente che causa loro questo disagio e quando si incontrano con altri connazionali e si lamentano del paese ospitante e delle sue brutture, quello è il momento in cui sicuramente stanno soffrendo del culture shock. Un’altra fase, continua Oberg, è quella della regressione, quando tutto ciò che riguarda il paese d’origine assume all’improvviso una grandissima importanza e appare sempre positivo e migliore di ciò che offre il paese ospitante. Del paese d’origine vengono scordate tutte le difficoltà e i problemi e sono ricordate solo quelle belle e positive, salvo tornarci una volta per rendersi conto di nuovo della realtà. 

Oberg elenca alcuni dei sintomi del culture shock: lavaggio continuo delle mani, preoccupazione eccessiva di bere acqua, del cibo in generale e incapacità di dormire bene; paura del contatto fisico con gli altri; uno sguardo osservatorio lontano, quasi assente; un sentimento di disperazione e il desiderio di sentirsi strenuamente appartenenti alla propria nazionalità; rifiuto di imparare la lingua del paese ospitante; paura eccessiva di essere imbrogliati, derubati o feriti; paura di ammalarsi e, soprattutto, quella terribile malinconia e desiderio di tornare a casa, e ritrovare quelle piccole cose quotidiane che davano senso alla vita. 

Secondo Oberg, il culture shock colpisce in modi differenti e sostiene che alcune persone non possano assolutamente vivere in un paese straniero e che solo coloro che abbiano conosciuto chi ha attraversato il culture shock e che si sia adattato in modo soddisfacente, possano comprendere le fasi di questo processo. Durante le prime settimane, le persone alloggiano generalmente in un albergo, si incontrano con i loro connazionali con cui parlano la loro lingua e sono generalmente gentili con gli stranieri. Questa sorta di luna di miele, sostiene lo studioso, può durare pochi giorni oppure settimane fino a sei mesi, in relazione alle circostanze personali. Se si tratta di una persona importante, verrà messa in mostra, sarà lodata e intervistata e parlerà di progresso, cooperazione internazionale e probabilmente, al rientro a casa, scriverà della sua esperienza positiva anche se superficiale in quel paese straniero.  

continuaCULTURE SHOCK II

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