CULTURE SHOCK III
Nel tentativo di superare il culture shock, sostiene Oberg, val la pena avere qualche nozione sulla natura della cultura e sulla sua relazione con l’individuo. Oltre al fatto di vivere in un ambiente fisico, un individuo vive in un ambient culturale che consiste di oggetti concreti, istituzioni sociali, idee e convinzioni. Le persone nascono con una data cultura, ma anche con la capacità di imparane una nuova e di utilizzarla. Non c’è nulla in un bambino appena nato che imponga che debba parlare il portoghese, inglese o una qualsiasi altra lingua né che debba mangiare con le posate o usare le bacchette. Questi sono aspetti che il bambino imparerà in relazione all’ambiente culturale in cui nasce e gli stessi genitori non sono responsabili della cultura che trasmettono ai loro figli, giacché la cultura di ogni individuo è il frutto della storia e si costruisce attraverso il tempo percorrendo dei processi che, per quanto l’individuo sia coinvolto, vanno oltre la sua consapevolezza. È tramite la cultura che i giovani imparano ad adattarsi a un ambiente fisico e alle persone che vi vivono, e proprio i giovani adolescenti spesso riscontrano delle difficoltà in questo processo di adattamento. Una volta appresa, la propria cultura diventa un luogo sicuro, un rifugio, un modo del tutto automatico di orientarsi nell’ambiente in cui si vive e come tale essa stessa diventa un valore. Gli individui accettano, anche inconsapevolmente, la loro cultura come l’unica modalità attraverso cui operare e relazionarsi con gli altri e, sostiene Oberg, questo è assolutamente comprensibile e normale. Egli lo chiama etnocentrismo, la convinzione che la propria cultura, e quindi la propria razza e la propria nazione formino o siano il centro del mondo. Gli individui si identificano nel proprio gruppo di appartenenza e alle sue modalità operative fino al punto che ogni commento critico viene considerato un’offesa all’individuo come a gruppo. Questo atteggiamento, continua Oberg, è accompagnato dalla tendenza di attribuire a tutti gli individui le caratteristiche che si riscontrano a livello nazionale. Per esempio, se un americano fa qualcosa di strano o antisociale in un paese straniero, una volta a casa, questo atto diventa una peculiarità nazionale e il suo comportamento viene considerato non soggettivo e personale ma perché americano. La censura arriva quindi nei confronti non solo dell’individuo, ma dell’intero paese. L’etnocentrismo è una caratteristica di tutti i gruppi nazionali e anche se cittadino critica alcuni aspetti della sua cultura, lo straniero dovrebbe ascoltare ma senza intromettersi nella critica.

Oberg continua il suo articolo sostenendo che alcune culture specifiche sono il prodotto dello sviluppo storico e che possano essere comprese riferendosi alle caratteristiche psicologiche e biologiche dei suoi membri ma alla comprensione degli elementi antecedenti e concomitanti delle stesse culture. Il brasile e gli Stati Uniti, per esempio, hanno origini culturali diverse and storie culturali diverse che rendono conto delle differenze attuali tra i due paesi. In questo caso, tuttavia, le differenze non sono enormi dato che entrambe i paesi appartengono al mondo occidentale civilizzato. Sarebbe utile riconoscere che lo studio delle culture non è lo studio degli individui, di cui si occupa invece la psicologia. La sociologia studia i gruppi e il loro comportamento. Gli studenti di cultura non studiano gli individui ma le interrelazioni delle forme culturali come le tecnologie, le istituzioni, i sistemi delle idee e delle credenze. Scopo di questo articolo non è lo srudio della cultura in sé, piuttosto il suo impatto sull’individuo in condizioni del tutto speciali.
Ogni nazione moderna è un sistema complesso costituito da variazioni culturali differenti; essa è costituita da diversi gruppi etnici, è stratificata in classi, è divisa in regioni, è separata in aree urbane e rurali, ognuna con le sue proprie caratteristiche culturali. Al di sopra di queste differenze, si trovano aspetti comuni imposti dall’alto come la lingua ufficiali, le istituzioni, le abitudini che tengono unita una nazione. Questi aspetti indicano quanto possa essere difficile adattarsi alla cultura di una nazione. Queste riflessioni dimostrano quanto sia importante osservare oggettivamente il proprio background culturale e quello del nuovo ambiente per capire lo shock culturale. Quando si sia compreso che il disagio del visitatore dipende dalla mancanza di conoscenza della cultura dell’altro e dall’assenza di mezzi di comunicazione, è altrettanto facile rendersi conto quanto sia possibile conquistare questi strumenti di comprensione.
Cosa fare allora, invita Oberg, per guarire il prima possibile dallo shock culturale? Egli sostiene ovviamente la necessità di conoscere le persone che abitano il paese ospitante, ma non senza prima conoscerne la lingua, che è il principale mezzo di comunicazione. Si sa quanto possa essere difficile imparare una lingua straniera, soprattutto da adulti, ma una volta superata questa difficoltà, e una volta che si sia in grado di avere una piacevole conversazione col proprio vicino, o sentirsi sicuri nelle attività quotidiane, il visitatore riacquista sicurezza e una sensazione di autocontrollo che spianeranno alla strada alla scoperta di un nuovo mondo colmo di nuovi significati.
Si scopre non solo come le persone del paese ospitante vivono, ma anche quali siano i loro interessi, i loro valori, le loro idee. Dopo averle scoperte, per il visitatore straniero sarà più semplice interagire con gli abitanti del paese ospitante, anche se non potrà né dovrà mai dimenticare di essere uno straniero. Si tratta, secondo Oberg, di stare al gioco delle parti, e di imparare ad aver due pattern comportamentali da usare nelle varie circostanze. Si tratta di arricchire il proprio patrimonio culturale, di farne tesoro e trasmetterlo se possibile alle generazioni future.
Oberg conclude invitando i connazionali dello straniero traferitosi in un altro paese a essere comprensivi nei confronti della vulnerabilità di colui che soffre dello shock culturale. Ascoltare la sofferenza e il disagio del proprio connazionale, accoglierla e lasciare che il tempo, il grande rimedio di tutti i mali, sistemi presto le cose.
